Dargen D’Amico, the fool on the hill
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Medium il 22 agosto 2014.
di Christian Zingales (Blow Up 122/123, Luglio/Agosto 2008)
Non so bene se ho infranto qualche legge sul diritto d’autore: resta il fatto che sarebbe un dramma se questa intervista si perdesse nell’oceano dei magazzini di riviste cartacee. Dargen D’Amico, aka Jacopo D’Amico è la singola personalità artistica che più mi ha influenzato in vita mia e “Di Vizi Di Forma Virtù” è l’opera di più grande valore culturale, spirituale e artistico di cui io abbia mai fatto esperienza. Questa intervista fatta da Christian Zingales è apparsa su Blow Up 122/123 di Luglio/Agosto 2008, io l’ho trascritta. Chiedo scusa per eventuali refusi. Ti voglio bene Jacopo.
“Abbiamo capito una cosa in un anno abbondante – da quando abbiamo scoperto il suo debutto “Musica senza musicisti” e tutti i pezzi satellite che lo circondavano – di dipendenza dalla sua musica. Dargen D’Amico è come l’whisky. Mai prima di mezzogiorno. I bioritmi devono essere già in movimento, e non bisogna farsi tentare da quelle venature light ingannatrici, perché c’è un discorso piuttosto impegnativo da gestire. È lampante nel nuovo “Di vizi di forma virtù”, un doppio CD dove innesti pop oltre che il saputo svolgimento di una comunicatività hip-hop di superficie spiegano la sofferta, ammaliante, indole eretica del D’Amico, nato Jacopo, uno in un suo pianeta, che c’entra poco col rap italiano anche se ne rappresenta la punta di diamante, e c’entra poco col pop italiano, anche se è già un futuro classico della canzone freak nostrana, uno che c’entra poco anche con se stesso tanto è sbilanciato, il pazzo sulla collina beatlesiano “che vede il sole andar giù e gli occhi nella sua mente vedono il mondo girare”, un visionario che la butta in caciare, classe 1980, capace di sparare sull’ipnotico che diventa lirico che diventa tragico e di virare subito dopo in eccellente entertainment, uno per cui ridere e piangere è la stessa cosa, perché in fondo la vita è tutto un fare “di vizi di forma virtù” appunto, uno che ha una voce e una teatralità interpretativa fuori del dal comune, un folletto metropolitano più Camerini circa “Cenerentola e il pane quotidiano” che Bugo, un grande cesellatore di demenze surreali più Jannacci che Skiantos, un siciliano milanesizzato e irregolare dentro, come Battiato, uno che comunque la gira non si è mai sentito.
“Musica senza musicisti” era un disco istintivo e “radicale”, per “Di vizi di forma virtù” mi sembra ci sia questo lavoro sulla scrittura e sulle sue insidie, soprattutto quelle del secondo album, che notoriamente è il disco delle aspettative, il banco di prova. DVDFV è un grande zibaldone pop. Qua e la c’è un concetto industriale di pop, quello dell’adeguamento del livello produttivo per amplificare il risultato, nei suoni più sintetici, in un manifesto del tuo modus operandi come scrittore in perenne lotta tra le viscere e gli artifici della scrittura che è Come l’italia e San Marino, tutte cose poi messe in discussione dalla solita potenza espressiva, colma di tensioni e contraddizioni…
Io credo che il discorso delle aspettative riviva all’uscita d’ogni nuovo disco. Certo è che la differenza più radicale tra MSM e DVDFV sta nel fatto che il primo è stato concepito quasi senza pensare agli ascoltatori. L’dea di DVDF è nata subito dopo l’uscita di MSM, in qualche modo ne è figlia. Ma non ho le capacità per fermare né il tempo né i collegamenti che mi nascono in testa, così ogni disco è diverso da quello prima. DVDFV teoricamente, almeno in alcune parti, dovrebbe poter essere presentato a un pubblico un po’ più ampio, magari non ampissimo…
Per approfondire il tema puoi dire qualcosa del tuo approccio alla scrittura, dove credo ci siano in gioco immagini reali, elaborazioni concettuali, metafore, verità e proiezioni fantastiche, una specie di braccio di ferro tra Jacopo e Dargen insomma…
Il braccio di ferro tra la persona e il personaggio probabilmente è il punto di partenza per tutti i creatori di fenomeni artistici. Fortunatamente per me, e per gli altri nella mia condizione, nel ‘900 si è allargato il significato di arte. Io parto da qualcosa che è mio, che mi è passato davanti o dietro gli occhi, ma essendo così riservato da soffrirne, mimetizzo i particolari in inquadrature più generali e artificiali.
Il disco ha alla base questa ricorrente tematica evangelica, in ogni pezzo citi Dio, Gesù o la Madonna…
Una volta individuato il titolo “Di vizi di forma virtù” per il disco mi è nato automatico l’esempio storico che avrei dovuto prendere come paradigma. Gesù è colui che ha fatto di vizi di forma virtù. Nella cultura in cui siamo cresciuti, mi pare che con tutte le cose sconnesse che ci passano per la testa sia più facile rendersi chiari agli altri appoggiandosi a punti in comune. Non intendo abbassare Gesù, Dio e Maria al livello degli uomini, piuttosto il contrario. In fase di scrittura è stata una forzatura, anche se ammetto di aver sempre avuto una discreta inclinazione a infilare Cristo nei miei discorsi di tutti i giorni. Per allenarmi in questo senso mi obbligavo a trovare delle figure retoriche papabili, le migliori le tenevo da parte. Ormai è un automatismo, ma spero mi passi perché non voglio spaventare nessuno.
Mi è sembrato un pezzo chiave anche La Divisione del lavoro, che oltre a apparire uno sketch sull’assenteismo all’italiana, si riaggancia al concetto industriale di cui sopra, una vena proletaria e operaista di Dargen D’Amico che del resto emergeva anche in MSM con Ricollocamento di un operaio in un’altra forma. È qualcosa che senti parte del tuo immaginario la dimensione operaia, la vesti bene come metafora per esprimere tuoi movimenti e meccanismi, o cosa?
Non credo che il lavoro in fabbrica nobiliti un uomo singolarmente. Diverso è il discorso per la collettività operaia. Io ho sempre sbavato per la forza di vivere degli operai, specialmente per quelli che lo fanno oggi che è svanita qualsiasi speranza, oggi che è caduto per terra il lecca-lecca della lotta di classe e nessuno ha più il coraggio di rimetterlo o di rimetterselo in bocca. Il tema del lavoro è veramente un po’ dappertutto in questi due CD, mi tocca molto da vicino, specie perché non ne trovo uno che mi soddisfi, o che risulti soddisfatto da me.
Hai conosciuto realtà diverse in ambito discografico, che idea ti sei fatto, qual è per te lo stato della discografia? Diventerà impossibile l’idea stessa di proporre la vendita di un disco?
È molto difficile giudicare. So che per quelli come me è poco probabile sopravvivere, major o indie poco cambia. Attendo, e nell’attesa cerco di capire qualcosa d’altro per continuare a far dischi o lasciare la musica per il tempo libero, che quando sei disoccupato è molto.
Sei nato masticando rap, sei stato uno dei più storici freestyler italiani, hai militato nelle Sacre Scuole, un progetto forte, da cui poi sono nati i Club Dogo. Poi a un certo punto sei diventato qualcosa d’altro. Hai sempre a che fare con il rap ma le tue produzioni sono in un loro mondo totalmente freak. Come rivedi questo percorso e quali sono stati secondo te i momenti chiavi di esso?
Per me sono stati tutti momenti chiave, per ogni testo che chiudevo sentivo di aver imparato qualcosa. Con le Sacre eravamo un gran bel team e a nostra volta facevamo parte di un collettivo chiamato “Il Circolo” con Chief e Zippo, gente che ha contribuito fortemente al rap italiano. Ricordo delle trasferte in auto interamente occupate da freestyle e scambio di strofe. Ci davamo la carica a vicenda riempiendoci di insulti. Mi galvanizzavo e cercavo di spingermi sempre un po’ più in là degli altri per sentire necessario quello che facevo. Ricordo quando è uscito Salvation Army Party 1: volevo essere il primo a fare il rap su ritmi diversi dai 4/4, per il resto quella canzone è un insieme di parole a caso. Ma tutto quello che ho fatto allora, anche i semplici esercizi di stile, mi sono serviti per arrivare a un feeling intimo e diretto con le parole. Quando hai un buon feeling con le parole è più facile avercelo anche con i significati.
Cosa ti è rimasto del rap italiano, nomi, storie, ricordi? E c’è qualcuno che ti piace ora?
Ho nel cuore tutto il periodo che va dal ’92 al ’99. All’inizio non avevo la minima idea di quello che cercavo, ascoltavo tutto ciò che riuscivo a trovare. Poi, quando ho cominciato ad avere un po’ più chiare le idee è molto calata la passione e l’interesse per il rap italiano. Posso consigliare qualche episodio per chi volesse farsi un’idea dell’innegabile valore diffuso in Italia prima del recente boom major: Shaone di Napoli sul primo album de “La Famiglia “41 Parallelo”, Maury B ai tempi di Next Diffusion “Dritto dal Cuore”, J-Ax sul singolo del primo CD di DJ Enzo e Galante dei Cammelli nel periodo Zero Stress. Oggi , prendendo singolarmente qualche canzone, mi piacciono quasi tutti i rapper attivi. Non mi sento a mio agio nel fare complimenti agli altri se non ho certezza di essere corrisposto.
Ne Il rap per me dici “il rap per me è fare finta che domani muori” spiegando quello che è poi il tuo modo di vivere la musica. C’è questa urgenza che spaventa nel tuo modo di rappare e suonare…
Quella frase per me potrebbe chiudere ogni canzone del disco. È come la storia di Pierino che grida “al lupo”, non sei mai tu a decidere fino a che punto far finta. Da qui non so ancora dirti come vivo la morte. Nel mio piccolo non ho un ottimo rapporto con la vita, cerco di migliorarlo egoisticamente attraverso la musica, che poi per me è sempre una metafora della vita. Mi accorgo spesso che l’intuizione iniziale, motore della nascita di un pezzo e l’ultimo ascolto prima di chiudere una canzone, sono i momenti che mi mettono più tranquillità. È tutta una finta ma ci muori sul serio ogni volta che chiudi una canzone. Non sai mai fin dove arriverai con quella canzone, come quando sei lì di notte a produrre e il PC comincia a fare rumori strani, salvi continuamente ma sai che potresti perdere tutto. E poi, più in superficie, c’è tutto il discorso tipico dell’entertainment, in particolar modo della musica rap. Le donne e le auto affittate per i video, quell’atteggiamento dei rapper sempre in equilibrio tra vita e morte per ovvi motivi di background culturale.
Mi sembra che arrivi a fare la differenza là dove metti in gioco tutto te stesso, in un periodo in cui nessuno più mette in gioco se stesso forse perché non ha più la cognizione di sé, credo che per te invece sia la cosa più naturale…
Io mi metto in gioco finché la canzone la tengo per me. Dopo di che, canzoni come le mia, credo mettano in gioco più chi ascolta, che deve realmente riuscire a trovarci qualcosa che crei un contatto. È vero che più ti lasci andare e più ti metti in gioco, l‘incoscienza è sempre più rischiosa, ma nell’incoscienza neanche lo percepisci il rischio. Meno un autore ascolta la propria coscienza nel momento dell’ispirazione e della prima stesura, più fatica dovrà fare chi ti ascolta per aggirare la propria.
Mi sembra che poi tu aggiunga all’ascoltatore un ostacolo ulteriore, come se volessi selezionare chi ti sta ascoltando, mettendo delle maschere che è facile ma non automatico sfilare, quasi a volere che poi alla fine rimanga, o perlomeno possa essere ripagato veramente, chi ha saputo andare oltre l’apparenza. È il leitmotiv di DVDFV del resto, la distanza apparente tra il pezzo apparentemente più leggero e quello più dichiaratamente profondo sembra abissale…
L’apparenza è il motore di tutto, perciò le maschere mi servono per vivere meglio, non è una scelta stilistica. Io sono timido con gli altri e ansioso con me stesso. E mi ritengo fortunato, se fossi timido con me e ansioso con gli altri, non scriverei canzoni. Non tengo gli occhiali scuri per nascondere le occhiaie, anche se ne avrei ben donde. Ho proprio disagio a mostrare gli specchi dell’anima, ma è probabile che sia solo l’influenza del cinema o dei libri. Con quello che faccio cerco di essere più diretto possibile. L’ostacolo per l’ascoltatore è nella natura di una scrittura che circoscrive solo alcuni momenti, perché, più restringi il campo scendendo nei particolari, meno gli altri esseri umani capiranno dove vuoi arrivare. E io non arrivo mai da nessuna parte con quello che scrivo, non ancora, però se sei sulla mia frequenza umana capisci dove voglio arrivare. Poi c’è il discorso della caccia al tesoro. Chi prova a trovare molteplici livelli di lettura in quello che scrivo sa che da qualche parte troverà un premio, un segno di riconoscenza per il riconoscimento. Ma questa è una cosa tra me e un centinaio di persone che mi hanno sempre manifestato il modo in cui ascoltano quello che scrivo.
A quanti anni hai iniziato a rappare e che rapporto con la voce hai avuto da lì in avanti se consideriamo che l’uso che fai della voce è parecchio espressivo e trascende il contesto hip-hop?
Alle scuole elementari avevamo una maestra che ci costringeva ascrivere poesie. Ho cominciato al secondo anno delle scuole medie a scrivere con costanza dei testi da rappare. Era il periodo in cui finivano le posse e iniziava il rap in radio. Io non ho un bel rapporto con la mia voce, la trovo così anonima. A volte, quando la registro, cerco di renderla il più lontano possibile da me. Il risultato è parecchio artefatto, la voce risponde alle esigenze della canzone più che alla mia persona. Nella vita non esiste una persona con quella voce, o perlomeno io non la conosco, è solo sui CD.
Uno dei tuoi grandi temi è l’instabilità a più livelli, familiare, sessuale, sociale, un’instabilità che scaturisce più che una mancanza di identità un senso di smarrimento, ed è lì che poi tu riponi i tuoi disegni, la tua arte…
È una cosa che non so nascondere bene, a nessun livello. Faccio musica che non è né carne né pesce. Lo senti anche nel modo in cui produco che vorrei potermi permettere di fare musica che parli anche senza le parole, e invece suono melodie una nota alla volta. Se esistesse ancora in Italia un circuito vivo di poesia dei sensi, probabilmente neanche ci arriverei alla musica. A livello personale mi viene difficile affrontare l’instabilità. Non ho i mezzi per capire, e forse nemmeno li voglio. Non è necessario, né probabile, capire il perché non si riesce a vivere a proprio agio a questo mondo. Io mi faccio molte domande. La maggior parte è di poco spessore, ma questo non importa. È la quantità che mi rovina: che differenza c’è tra rimanere schiacciato in un cantiere, sotto la chiglia di una barca in ostruzione, e rimanere schiacciato sotto le scatole contenenti milioni di pacchetti di gomme masticanti?
Nelle tue canzoni c’è un’altra dote naturale, quella di sposare tragico e comico, fondere gli opposti, e qui credo che venga in ballo la tua origine siciliana. Un tuo vecchio pezzo si chiamava Uno nessuno centomila…
Se riesci a riconoscerla prima della maturità, l’ironia della sorte, te la porti sempre dietro. Succede sempre di memorizzare delle istantanee in cui sis stava ridendo e piangendo nello stesso momento, anche solo metaforicamente. Non posso evitarlo né lo decido, ci sono cresciuto in mezzo. E ora scrivo, anche metaforicamente, tra il nord e il sud: ci tengo a precisare, non significa centro, significa tra il nord e il sud. Decidi tu dove stanno le lacrime e dove le risa, perché non è per tutto allo stesso modo. Per un etiope, Milano è Helsinki. E se in una canzone ti metti nei panni di quell’etiope, fai convivere in qualche misura il tuo nord con il nord del personaggio, stesso discorso per il sud. Io mi sento di aver preso il meglio dalla Sicilia e il peggio da Milano, semplicemente perché a Milano ci sono cresciuto di più e ho avuto più tempo per assorbire ciò che sta sotto la superficie. A località e condizione inverse, sono sicuro che avrei preso il meglio da Milano e il peggio dalla Sicilia.
Riguardo alla natura del disco, che è doppio, monumentale, quasi quaranta pezzi, hai detto presentandolo “ mi rendo conto di essere caduto più in basso del solito in alcuni, ma è solo per valorizzare i picchi”, che è un discorso che approfondisce il significato del titolo DVDFV e aiuta a capire quella che è la dinamica degli artisti più sbilanciati, quelli che si mettono in gioco, un approccio per definizione rock’n’roll e che via via è stato facile rintracciare in rare individualità, assecondare la caduta formale per riuscire a raggiungere una vetta espressiva più alta, abbracciare il senso del ridicolo perché poi è nella visione più totale che si va a giocare la partita…
La forza di gravità agisce anche sulle canzoni. È così, alti e bassi, la vita, la musica. Il respiro funziona così, il pene funziona così. Tutto è ritmo, le stagioni, la luce. Bene e male, vizi e virtù sono battere e levare. E io ho bisogno di un battere e di un levare per comprendere il ritmo, anche quando il ritmo è metaforico. Quando si manifesta un qualcosa del quale non riusciamo a riconoscere il ritmo, è perché è un ritmo più ampio di noi, che ci comprende. Non importa la religione di appartenenza né quello che si intende quando se ne parla, Dio è il ritmo assoluto.
Hai detto anche che fare un doppio CD significava “ invitare i lati più distanti delle nostre personalità a trovare un accordo”, pratica “non inusuale tra gli artisti che si trovino più persone in un unico corpo”. Questa sorta di schizofrenia organizzata, il trovarsi a mettere in comunicazione fecce contrastanti di uno stesso ego, dover pirandellianamente smistare il traffico in una stessa coscienza, che dialettica genere poi nelal vita? Ci vorrebbe un bottone per selezionare il lato giusto al momento giusto, Camerini diceva in Cenerentola “il diavolo fa le pentole ma poi fa anche i coperchi” e, per quanto ci fosse dell’ironia, conviene pensare il contrario forse…
Io riesco a convivere bene con questa sorta di schizofrenia organizzata. In un paio di episodi mi è stato consigliato di farmi visitare, d’altra parte a chi non è mai capitato? So che ne avrei bisogno, nonostante per ora soffra di disturbi lievissimi e che non intaccano chi mi sta vicino. Ci sono medici capacissimi di risolvere il puzzle delle personalità, ovviamente ci vogliono tempo e denaro per trovare lo psicoterapeuta adatto a te. Per farti un esempio, so che, accettando una cura per i miei disturbi del sonno, migliorerei un po’ come uomo, ma peggiorerei molto come autore.
Il tuo stile turbolento e convulso, poi sembra sempre puntare una zona di rilascio, e lì mi sembra arrivi a compimento formale ed emotivo l’immagine del Dargen poeta, spesso in un limbo dove è il candore a regnare, tra la nostalgia per una sorta di innocenza perduta, con immagini ricorrenti legate all’infanzia, e lo slancia verso qualche proiezione ultraterrena, tra la Arrivi del nuovo album e la rilettura di Tempo Critico su MSM per intenderci. Il luogo idilliaco dove si gioca la speranza è quello che congiunge il nostro passato con il futuro più imperscrutabile?
La speranza è un luogo comune, nel senso che esiste solo se vissuta insieme. Altrimenti è semplicemente un desiderio. Quelle che scrivo io sono scuse, perché sono in ritardo di almeno dieci anni sulla mia vita; e so che, qualsiasi cosa possa fare, non mi porterò mai a pari col tempo.
Quando fai affiorare i risvolti del cielo nei tuoi testi la tua voce diventa improvvisamente candida e rispettosa, timorata ma serena. Che rapporto hai con la spiritualità?
Se qualcosa c’è dopo la morte non credo sia vita. Non saprei cosa e sono curioso, ma non sono molto fiducioso. Tra me e me, però, mi capita di sorpendermi a parlare con i morti. Però questo è probabile che lo abbia imparato dal cinema e dai libri. Non mi dispiace l’idea di un mondo in cui per vivere non c‘è bisogno di un corpo, le adolescenze lì devono sicuramente essere meno dolorose.
Affiora nella tua poetica un senso di “stanchezza” nei confronti della vita quasi filosofico, anche qui tutto siciliano, e quindi qualcosa di estremamente vitale, distanza dello sguardo, un mix di saggia rassegnazione e artistico senso dell’utopia…
È il riflesso dell’ambiente sulla mia storia personale. Sono cresciuto con mia nonna sempre vicina, che era così, stanca della vita, siciliana ed estremamente vitale. Mia madre è come era lei, tranne il fatto che più italiana che siciliana. Io sono più siciliano nell’adattarmi in privato, in silenzio; e nell’adattarmi in pubblico, sempre con una battuta. Come quando ci si innamora di una donna, che in realtà tutti tranne te sanno essere un uomo, o tutti credono che tu non sappia, e tu te ne esci con “nessuno è perfetto”.
Un tema del disco è quello del sacrifico, quello del precariato come quello assoluto di Gesù, c’è la figura ricorrente del suicidio…
Sicuramente mi capita di pensarci più che alle automobili. Io intendo sempre un suicido cosciente, che non è quello di uno sbarbato che torna a a casa da scuola con una brutta pagella e si getta dal balcone. Tanto quanto il sacrificio umano non è l’omicidio di una vergine perché c’è la luna piena. Il sacrificio di Gesù e il suicidio cosciente sono due fenomeno che corrono su binari paralleli- Gesù è deliberatamente andato incontro alla propria morte. I sucidi valorizzano il ibero arbitrio sicuramente più dei calciatori che scelgono questa o quella squadra. E invece c’è una leggera tendenza a farli passare per pesi morti.
Che tu non rappassi in maniera basica era chiaro, ma qua e là affiorano aperture verso il canto, pensi sì a In alcune zone del mondo ma soprattutto all’incredibile falsetto in coda a Il rap per me, che amplifica quanto già delineato in coda a Zafferano vulcano siciliano in MSM, un canto psichedelico, visionario. Potrebbe esserci in futuro un progetto che mette a fuoco questa cosa o la immagini sempre come un completamento di un quadro dove è il rap l’elemento portante, quello che costruisce la tensione?
Io non canto, canticchio, esattamente come chi lo fa a casa nei momenti di giardinaggio. Poi oggi al computer sistemi tutto, ti possono bastare due plug-in vst, freeware per giunta. Non saprei dirti cosa ne farò di questa mia funzione, è sicuramente una cosa che può divertirmi, e a tratti mi diverte molto, a tratti mi serve per realizzare un’idea che altrimenti mi passerebbe di testa, ma è chiaramente un palliativo. Io con l’intenzione ne avrei già fatti dieci di dischi. A volta la notte mi vengono idee per concept album validissimi, che per fortuna la mattina abbandono.”
Fonte: Medium, 22 agosto 2014.