Zoe Quinn, Depression Quest e quelle poche sinapsi che vi passano nel cervello quando si parla di…

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Medium il 21 agosto 2014.

Zoe Quinn, Depression Quest e quelle poche sinapsi che vi passano nel cervello quando si parla di videogiochi

Una sviluppatrice di videogiochi vive contemporaneamente numerose relazioni aperte e mezzo mondo ritiene giusto che questa faccenda diventi di dominio e di trattazione pubblica

È successo un puttanaio. In inglese si dice shitstorm ma io lo preferisco all’italiana: puttanaio. In pratica un puttanaio; perché in teoria è normalissimo che in un ambiente come quello dei videogiochi, che festeggia costantemente una felice fiera della salsiccia, appena saltano fuori due lembi di prominente pelle muniti di capezzoli scoppi l’apocalisse. Ritengo sia abbastanza necessario fare ordine, perché a seguito di questi eventi (che bomba la suspance, vero?) si è alzato un polverone tale da dover per forza nascondere qualcosa di quantomeno interessante sotto. Premessa: il polverone è ancora in corso e dare un senso a tutto ciò equivale a costruire un castello di carte sopra una pala eolica.

Depression Quest e Steam Greenlight

Zoe Quinn è una squinzia che sviluppa videogiochi e che non c’entra niente con la composta carica erotica di Jade Raymond (questo lo dico perché sarà importante dopo). Nella prima metà del 2013 – perché a quanto pare è impossibile trovare una data di rilascio esatta – pubblica Depression Quest (da ora DQ), un browser game text-based che tenta di esplorare il magico mondo della depressione con una storia ispirata a eventi realmente accaduti. DQ fa la sua figura, fa il suo giro nella blogosfera, i suoi articoli, il suo spettacolino mediatico e morta lì.

Il 12 DicembreZoe comunica con un tweet che DQ torna ad essere presente nel catalogo Steam Greenlight e che “non si lascerà fermare da dei bambinetti cagacazzo”. In tutto questo DQ continua ad essere giocabile sul suo sito ufficiale. L’11 Agosto 2014DQ viene approvato su Steam Greenlight, il giorno stesso Robin Williams si suicida per problemi di depressione e Zoe decide di rendere DQ disponibile gratuitamente anche su Steam, affinché il suo gioco possa in qualche modo di essere di aiuto per chiunque, senza doverlo porre dietro una barriera di natura finanziaria.

Fino a qui tutto bene. Oddio, bene un gran bel cazzo di niente perché gli episodi sessisti ci sono stati e sono stati ben più che fastidiosi; ma posso dire con tranquillità che sì, fino a qui tutto bene.

Eron Gjoni e i molti amici di Zoe Quinn

Il 16 Agosto 2013 Eron Gjoni, il ragazzo di Zoe Quinn, scopre di essere stato cornificato da ormai molto tempo, ripetutamente e, drammaticamente, con giornalisti del settore videoludico. Eron sbarella (ma sbarella duro, nel senso che proprio esce fuori dalla grazia di Dio) e mette pubblicamente online su un blog appositamente creato un trattato che analizza, per intero, tutta la sua storia con Zoe ed espone le prove che dovrebbero dimostrare la fondatezza delle sue accuse di adulterio le quali, ad onore del vero, sono piuttosto credibili. Non ho intenzione di trattare la relazione tra Eron e Zoe (se avete voglia di leggere quella Grande Muraglia di testo consolatevi però quando vi dico che è scritta piuttosto bene e diventa anche appassionante), ma è necessario estrapolare però una manciata di cose:

tutta la storia è online, accessibile a chiunque

tutta la storia è stata pubblicata 5giorni dopo il rilascio su Steam di Depression Quest

di tutta la storia a noi interessa soltanto il fatto che pare che Zoe si sia intrattenuta anche con Nathan Grayson, redattore di Kotaku – che per la cronaca è il New York Times dei videogiochi — e di Rock, Paper, Shotgun!

Mr. Nathan Grayson

TUTTO il resto è FUFFA che non ci interessa. E ve lo dico perché io quel patema me lo sono letto tutto, e vi assicuro che tutto ciò che non è incluso nei punti qui sopra sono beneamati cazzi loro e non dovrebbe in alcun modo riguardare nessun altro eccetto le persone direttamente coinvolte. NO, non ci interessa nemmeno discutere sulla reale zoccolaggine o meno di ZoeyQuinn. NO, non ci interessa nemmeno discutere sulla giustizia del gesto di pubblicare tutto online di Eron. Non ci interessa discuterlo non solo perché non sono fatti nostri, ma soprattutto perché c’è un’altra faccenda ben più interessante di cui occuparci…

Zoe Quinn si intrattiene con Nathan Grayson, redattore di Kotaku, e i videogiocatori lo vengono a sapere

All’inizio ho parlato di Jade Raymond, manager di Ubisoft Canada e donna che ha lavorato a diversi Assassin’s Creed. Jade Raymond è oggettivamente una donna molto bella, la quale si occupa di videogiochi almeno dal 2002, ovvero quando Wikipedia ci segnala la sua partecipazione alla produzione di The Sims Online. Jade Raymond, che io sappia e ricordi, non è mai stata vittima di episodi di sessismo tanto rilevanti da diventare un caso mediatico; questo perché Jade Raymond è una figura dell’industria che oltre che essere esteticamente molto bella (e questo è più importante di quanto si pensi quando si parla di videogiocatori grassi e pieni di rabbia contro il genere femminile), lavora e si fa i fatti suoi. Zoe Quinn non è fatta della stessa pasta di Jade Raymond:sotto le luci della ribalta per essersi piantata un microchip e un magnete sottopelleper avvicinarsi di più al modello estetico di Deus Ex: Human Revolution, Zoe non è un personaggio facilmente approcciabile come Jade Raymond.

Zoe Quinn nella sua esuberanza, spocchia, e arroganza può essere vista come un Phil Fish con le tette: una figura di questo tipo dovrebbe creare gli stessi problemi che crea Phil Fish, ovvero generare un sacco di hype, amore sfrenato e odio incontrollato, ma questo mai in maniera pregressa, ma sempre e solamente dopo determinate sparate del suddetto Fish. Per Zoe Quinn non è così: lei è una donna, e le donne nei videogiochi non sono viste di buon occhio se non stanno zitte e buone. Ma torniamo a noi e riprendiamo questo punto in seguito.

Eravamo rimasti a quando Eron Gjoni, 5 giorni dopo il rilascio di Depression Quest su Steam, scopre che la sua ormai ex ragazza si è intrattenuta ripetutamente con diversi altri uomini, tra cui Nathan Grayson, redattore di Kotaku. Inoltre, nel mega-post scritto dal suo delirante ragazzo, possiamo leggere di come questi tradimenti siano ipoteticamente avvenuti durante il soggiorno di Zoey a conferenze del settore videogiochi. La logica ci porta a pensare che Zoey Quinn abbia offerto favori sessuali a personalità del settore in cambio di corsie preferenziali per Depression Quest. Per quanto riguarda Nathan Grayson la redazione di Kotaku ha recentemente preso le sue difese affermando che anche nel momento in cui Grayson avesse davvero avuto una relazione con la Quinn, in quel periodo il redattore non ha scritto alcun articolo riguardante i lavori di Zoey. Questo è un alibi, certo, ma in qualunque altro contesto ciò avrebbe portato alle immediate dimissioni del redattore, sia vera la sua innocenza giornalistica o meno. La conseguenze non sono state queste.

Il 18 Agosto il trattato sentimentale di Eron Gjoni sortisce i suoi effetti e il caso mediatico deflagra. InternetAristocrat, un canale YouTube piuttosto seguito da quella fascia di utenza internet che è colonna vertebrale dello svilupparsi di questo scandalo, pubblica un video di 24 minuti che ora viaggia sulle 462,000 visualizzazioni in cui espone la teoria della Quinnspiracy, ovvero una vera e propria teoria di complotto per la quale Zoe Quinn avrebbe offerto favori sessuali non per ottenere articoli ammiccanti al suo Depression Quest, ma per insabbiare scandali di questo tipo e sopprimere le critiche alle sue opere. A supporto di queste tesi InternetAristocrat ci spiega che al momento nessuna delle grandi testate sta parlando di questo fatto e che in numerose community thread, post e video riguardanti Zoe Quinn stanno venendo cancellati; inoltre ci segnala la scomparsa diun video dello YouTuber MundaneMatt in cui Depression Quest veniva criticato: pochi giorni dopo la sua pubblicazione il video viene messo offline per aver utilizzato immagini del gioco che non appartenevano allo youtuber.

I videogiochi hanno un problema serissimo con le donne

Come avete potuto notare la questione è molto intricata. Tanto intricata che probabilmente, quando il polverone smetterà di impestare l’aria, ciò che ne rimarrà sarà ben poco. Il fatto drammatico è che la Quinnspiracy non è una causa efficiente che ha fatto uscire dalla tana una serie di problemi intrinsechi all’industria, ma un sintomo che è si è manifestato a causa di questi problemi intrinsechi all’industria.

Delle personalità sensibili sono andate a letto con Zoe Quinn e sono state accusate di nepotismo e presunti favoreggiamenti, del materiale è stato oscurato da internet perché presumibilmente criticava le opere di Zoe Quinn, la rivelazione di questi fatti ha dato il via ad un’indagine su internet condotta dagli utenti stessi degna del RIS di Parma. In tutto questo si è levato un tanfo di odio nei confronti di Zoey Quinn che fa venire il voltastomaco solo a doverlo riportare - e no, non fa venire il voltastomaco perché è odio nei confronti di una ragazza che lavora nel settore, fa venire il voltastomaco perché è una massa informe di parole e azioni orribili che nessuno dico nessuno si meriterebbe.

Il Quinnsgate lascerà intatto (anzi probabilmente accrescerà) il successo di Depression Quest, abbandonerà il povero Eron Gjoni in un mare di adorabili ragazzine pronte a tenergli compagnia (Eron, non dovevi spiantare pubblicamente tutta quella roba ma ti meriti un premio di consolazione) e soprattutto farà tornare da dove sono venuti tutta quella mandria di paladini della giustizia e macchine del fango che hanno a momenti alterni leccato i peli delle ascelle della Quinn prima e ricoperto di feci infette la sua figura dopo senza alcun ritegno né pietà.

È però fondamentale che un problema venga trattato, discusso ed esasperato: quello delle donne nel mondo dei videogiochi. È una faccenda che va ben oltre il “delicato” perché comporta delle implicazioni sociologiche gigantesche che non credo possano essere trattate con lucidità dal giornalista di settore medio, ma è importante che se ne parli, che si crei tafferuglio, che si facciano parole più o meno utili a riguardo affinché ci si renda conto che l’industria del videogioco ha evidentemente paura delle donne, e questo non è un bene né in un senso né nell’altro, perché se da un lato questa paura genera episodi di sessismo deplorevoli dall’altro permette ad una figura femminile di fare il bello e il cattivo tempo, conscia del fatto che non c’è niente che mandi più in brodo di giuggiole una personalità del settore che le attenzioni di una fregnetta coi capelli tinti, i microchip sotto pelle e l’insolito hobby di programmare videogiochi che trattano problemi da TSO. Questa non è una situazione sostenibile, perché danneggia in maniera irreparabile un ecosistema che fa di un aspetto sensibile ad influenze esterne come l’estro creativo la sua chiave di volta.

Un ambiente che ha paura delle donne è instabile, è una tonnellata di fulmicotone attaccata ad una miccia pronta ad essere accesa da qualunque donna che non faccia carriera in maniera composta, silenziosa e facendo contenti gli occhi di tutti come Jade Raymond. Il Quinnsgate è sintomo di una malattia ben più grave che mette a repentaglio la “sicurezza” sia del genere femminile che di quello maschile, per di più in un ambiente predominato da personalità che vivono dello stereotipo dell’omino occhialuto e socialmente insicuro. Il sessismo è un problema che va ben oltre l’industria del videogioco (e per questo mi riservo dal trattarlo in maniera sommaria per il semplice fatto che non ho le competenze per farlo), ma io ritengo assolutamente necessario che quando episodi del genere si consumano in questo ambiente vengano fatti notare, perché se Zoe Quinn fosse stata un uomo, si sarebbe chiamata Phil Fish; e Fish tolti gli articoli sui suoi tweet non crea altri danni.

L’essere donna della Quinn ha invece fatto terra bruciata danneggiando tutti: lei in primis, che a prescindere dalla sua personalità sta passando dei momenti decisamente poco piacevoli per tutta la merda che si sta prendendo addosso; tutti coloro coinvolti nella vicenda, che stanno vedendo la loro carriera messa a repentaglio da brutte questioni come il nepotismo, le corsie preferenziali e i favori sessuali; Egon Gjoni, che sensibile alla pressione mediatica di cui soffre la sua ex ragazza ha sbarellato e ha sostanzialmente reso pubblico un momento difficile e personale come la separazione di due persone e di questo ne pagherà le conseguenze; Depression Quest, che se prima poteva davvero essere uno strumento per aiutare persone con problemi di depressione è ora indissolubilmente legato al fatto che probabilmente Zoe Quinn se l’è fatto buttare da Nathan Grayson redattore di Kotaku; tutti i videogiocatori che si sono resi partecipi della vicenda, i quali adesso vedono una figura femminile che scorrazza nel loro parco giochi personale in maniera ancora più demonizzante; ed infine soprattutto il medium del videogioco, che si è visto privato di critiche ad un’opera e ha perso per strada il valore intrinseco di un titolo come Depression Quest, che è passato dal trattare un problema delicato come la depressione ad occuparsi delle abitudini sessuali della sua creatrice.

Il videogioco soffre di una gravissima forma di fobia sociale che lo porta ad avere una paura fottuta delle donne. O ce ne rendiamo conto o continueremo a gambizzare figure esuberanti ed interessanti come quella di Zoey Quinn e a farci corrompere dalle sue tette.


Fonte: Medium, 21 agosto 2014.

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