Intervista al gestore dell'unica pizzeria italiana del Burkina Faso

Renzo è il gestore dell'unica pizzeria italiana di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. L'ho chiamato su Skype per farmi raccontare la sua storia, e come è finito a fare il pizzaiolo in uno dei paesi più poveri del mondo.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Motherboard Italia (VICE) il 15 gennaio 2015.

Negli anni Ottanta mio padre lavorava nell’officina di mio nonno. Penso sia stato un periodo piuttosto felice della loro vita, perché ogni volta che passiamo per il centro di Torino, dove avevano l’officina, hanno sempre qualcosa da raccontarmi, qualche persona che hanno ormai perso di vista.

Ho conosciuto decine di questi personaggi mitologici. Ciascuno a suo modo, sono tutti fuori dal tempo; uno in particolare, è finito anche fuori dallo spazio. Renzo Prato è un amico di famiglia, aveva un negozio di materiale elettrico a fianco all’officina. Non ne avevo mai sentito parlare prima che, qualche anno fa, apparisse in una chiamata Skype di mio padre.

“Federico, vieni a salutare un mio amico. È in Burkina Faso.”

“Come è in Burkina Faso?”

“Sì, si è stufato dell’Italia è ha aperto una pizzeria lì.”

Renzo ha subito le stesse sorti di mio padre e mio nonno: all’inizio degli anni Novanta la zona di Via Consolata, in centro a Torino, è stata in gran parte coperta da passaggi pedonali e restrizioni al traffico, la clientela è crollata, il lavoro anche e così gran parte delle attività ha chiuso. Renzo è in Africa da più di 20 anni e qualche giorno fa, come quando mio padre me l’aveva presentato, l’ho chiamato su Skype e mi sono fatto raccontare il suo viaggio a metà tra l’incredibile e il tragicomico. Oggi gestisce l’unica pizzeria italiana di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso.

VICE: Ciao Renzo, ti chiamo perché mi piacerebbe mi raccontassi di come sei finito dall’Italia ad aprire una pizzeria in Burkina Faso. Sembra assurdo solo a dirlo.

Renzo Prato: Sono qui in Africa ormai da 22 anni, di avventure ne ho vissute abbastanza! Avevo un amico d’infanzia che voleva andare in Africa per aprire una discoteca. Mi aveva proposto, visto che all’epoca mi occupavo di impianti elettrici, di andare ad aiutarlo.

[ In Italia] non si lavorava più come prima. Quindi gli ho proposto di gestire con lui la discoteca, anziché aiutarlo soltanto ad allestirla. Lui ha accettato, e siamo partiti. Era il 1993 e siamo finiti in Togo, a Lomé. Prima abbiamo aperto un ristorante, poi abbiamo rilevato una discoteca. L’unico problema è che siamo arrivati l’8 dicembre del 1993, e il 28 dicembre abbiamo aperto il ristorante. In 20 giorni lì fai tutto d’altronde, a livello di burocrazia.

5 gennaio 1994, colpo di stato in Togo. Siamo stati chiusi in casa per una settimana.

Quanto è realmente pericoloso un colpo di stato in Togo? A uscire di casa ti prendevi una pallottola in testa. Dopo una settimana è tornata la calma, ma per sei mesi c’è stato il coprifuoco; si lavorava fino a mezzanotte, poi si tornava a casa. Finito il periodo di coprifuoco abbiamo aperto la discoteca, ma infine le nostre strade si sono divise.

[ Nel frattempo] avevo deciso di tornare in Italia, perché in Togo c’era crisi e lavoro non ce n’era, ma all’ultimo momento mi ha assunto una società italiana; mi sarei dovuto trasferire in Burkina Faso. Ci siamo occupati dello sfruttamento di una miniera di manganese e del trasporto del materiale al porto più vicino, che era proprio a Lomé, in Togo: 1300 km di strada—non autostrada, eh. Strade sterrate. Lì ero il responsabile della logistica: dovevo impiantare le base, trovare casa, banche, operai.

Poi, come dicevi, nel 1996 il prezzo del manganese è crollato.

Tra America e Russia si stavano esaurendo i conflitti dopo la fine della Guerra Fredda, così il prezzo del minerale, usato per fare acciai speciali utili per la costruzione di armamenti, è sceso drasticamente. Non valeva più la pena sfruttare la miniera, e la società ha cominciato a occuparsi di raccolta di cotone. Mi hanno fatto fare quattro mesi in Ciad, dove ho fatto una campagna cotoniera.

Dopo il 2000 mi sono messo in proprio e avendo avuto un negozio di materiale elettrico ho deciso di importarne; lo importo tutt’ora. Poi ho fatto il direttore in un hotel, ho gestito altri ristoranti e alla fine ho deciso di aprire un ristorante italiano tutto mio. Ho rilevato un ristorante senegalese che era vendita e l’ho trasformato in un ristorante italiano. Da allora sono alle prese coi miei piatti italiani e le mie pizze.

Ma ti sei reinventato pizzaiolo oppure ti occupi solamente dell’amministrazione del ristorante? Per me la cucina è sempre stata una passione. Le pizze le avevo fatte in casa, ma mai per la vendita, figuriamoci per una pizzeria. Mi ci sono impegnato e tramite amici e clienti napoletani che mi hanno riempito di consigli io e i miei dipendenti abbiamo imparato il mestiere.

Ma scusa, per la lingua come hai fatto? Be’, ho studiato francese alle medie e quando sono arrivato in Africa non mi ricordavo un bel niente. Ma sai, fintanto che sono rimasto a Lomè con il mio amico, lui sapeva il francese, e quindi me la cavavo. Una volta rimasto da solo… O mangi la minestra o salti dalla finestra, come si dice. Il francese poi non è una lingua difficile, assomiglia un po’ al piemontese… [

ride]

Io non sono mai stato in Africa, ma tu ci hai vissuto per vent’anni, e in paesi diversi.

Sono stato in Togo, Ciad, Camerun, Niger, in Burkina Faso: sono tutti popoli diversi. Il popolo burkinabè è quello che mi più mi è piaciuto, più che altro perché sono persone tranquille. Teste dure eh, ci vuole tempo per fargli capire certe cose, ma una volta che le capiscono è difficile che se le dimentichino.

Invece se ti chiedessi qualcosa di incredibile che ti è successo? Qualcosa da dire “poteva succedere solamente qui.” Vediamo… La più recente che mi viene in mente è la rivolta popolare del 30 ottobre. È durata 48 ore: sono scese in piazza, qui nella capitale, almeno un milione e mezzo di persone. Non ci sono stati nemmeno 30 morti, e capirai che per un milione e mezzo di persone 30 morti sono pochi. La città era presidiata da militari e polizia. I manifestanti sono arrivati davanti all’Assemblea (che sarebbe il nostro governo), sono riusciti a entrare all’interno dell’edificio e hanno appiccato il fuoco. I militari non hanno fatto nulla, non hanno sparato.

[ In quei giorni] io ero in giardino con mio figlio di un anno e mezzo, nella piscinotta. Davanti a casa c’è stato un po’ di casino, hanno bruciato un po’ di pneumatici tanto per fare il fumo, nient’altro. Certamente non uscivamo di casa, ma per il resto è rimasto tutto molto tranquillo. Il guardiano del mio ristorante è rimasto tutta la giornata rinchiuso nel gabinetto del locale, per paura: potevano rubare tutto, ma non l’hanno fatto. Ovviamente quando succedono questo tipo di cose ci finiscono anche i delinquenti di tutti i giorni, e addirittura regolamenti di conti; tra i 30 morti sicuramente c’è stato qualche regolamento di conti.

Poi il sabato l’ex sindaco della capitale ha detto in televisione, chiaro e tondo: “Abbiamo cacciato via il presidente, abbiamo fatto quello che dovevamo fare. Ora uscite di casa e pulite la città.” Sono usciti e hanno sistemato tutto: ruote, pneumatici, barricate; pulito. Uscivi la domenica ed era come se non fosse successo niente.

È indicativo… La gente qui ha una mentalità diversa, sono molto più uniti tra loro rispetto agli altri. Negli altri paesi le fazioni si sprecano. Oltretutto credo che altre rivoluzioni siano pilotate dall’esterno, in Burkina Faso non c’è praticamente nulla: hanno scoperto qualche miniera d’oro, ma non c’è alcun interesse.

C’è un’altra faccia della medaglia? Be’, facce della medaglia ce n’è quante ne vuoi… [

R

ide] Adesso qui c’è una pesante crisi, si dice che sia stata risolta ma non è vero. Il benessere c’è solo nelle città: se esci fuori 20/30 km dai luoghi urbani sei in Africa vera; la gente lì sopravvive, non vive; rischia di morire di fame e di sete e per arrivare a fine giornata coltiva mais, granoturco, un po’ di miglio.

Io sono 22 anni che sono in Africa, e non mi sono ancora abituato alle loro idee. Hanno dei ritmi allucinanti; il più grosso problema qui per me è il personale del ristorante.

Perché? Appena si sposa un fratello o muore un lontano cugino, piuttosto che un vicino di casa, scompaiono. Prendono lo stipendio e vanno via senza dare preavviso, se non gli stai dietro ne combinano di tutti i colori.

Benché tu sia nella capitale in cui immagino che il benessere sia superiore, un cittadino medio del Burkina Faso, tralasciando le differenze di prezzo tra qui in Italia e lì, se la può permettere una pizza?No. Ogni tanto, raramente, sì. I miei dipendenti non se la possono permettere. I miei clienti sono funzionari, quelli che hanno grandi e piccole imprese. Ovviamente tanti stranieri.

Lo stipendio medio dei miei dipendenti è di circa 150 euro al mese. Conta anche che nella mia pizza l’unica cosa che non importo è l’acqua, quindi il costo si alza. Farina, lievito, mozzarella, pomodori, prosciutto: è tutto importato.

Quanti coperti ha la tua pizzeria? 120 posti a sedere, una grossa pizzeria. Ho un salone, una terrazza e un giardino. Tra l’altro la terrazza è per fumare, perché sono quasi l’unico ristorante a Ougadogou dove è vietato fumare.

Concorrenza? Pizzerie italiane vere non ce ne sono. Ci sono ristoranti a specialità italiane gestiti da francesi, libanesi e via dicendo… Ti lascio immaginare le pizze che fanno.

Torneresti in Italia? O senti che tornerai in Italia? No.

Ma quindi… Hai sentito bene o vuoi che te lo ripeta? [

Ride]

Ho capito, ma pensi che nonostante la crisi lì in Burkina potrai continuare a vivere con quello che fai? Ma sì, insomma. Io spero si risolva. Mando avanti il ristorante, gestisco il mio materiale elettrico. Finché va, la facciamo andare, poi si vedrà. Tanto ricchi non si diventa più da nessuna parte.

Segui Federico su Twitter: @twitReolo


Fonte: Motherboard Italia (VICE), 15 gennaio 2015.

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