Bandire la crittazione non ha niente a che fare con il terrorismo
David Cameron vuole rendere illegale la crittografia in Inghilterra, ma il problema va un po' oltre della libertà di espressione.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Motherboard Italia (VICE) il 15 gennaio 2015.
Doveva succedere. Non c’era alcun valido motivo per cui non sarebbe dovuto succedere. In Italia tutti hanno cavalcato la cresta dell’onda e di punto bianco ci siamo riempiti di paladini della satira e della libertà di espressione. Ma in Inghilterra, la strage di Charlie Hebdo non l’hanno presa proprio allo stesso modo.
Gli inglesi sono un po’ come i tedeschi: sono persone pratiche. Cameron, in particolare, non ama preoccuparsi troppo. Un’ottima idea, quindi, potrebbe essere quella di vietare nel Regno Unito qualunque tipo di comunicazione criptata. Semplice e veloce.
Il The Guardian ha scritto dettagliatamente a riguardo: l’idea del primo ministro britannico è terribile, ma non solamente perché paradossale nei confronti della strage di Charlie Hebdo. “Nel nostro paese vogliamo tollerare un metodo di comunicazione che non possiamo interpretare?” si è chiesto retoricamente Cameron in una conferenza stampa lunedì.
James Ball, del The Guardian, ha risposto in maniera eloquente all’interrogativo del pm inglese, “Se non puoi dire qualcosa ad un amico o a un familiare senza la paura che il governo, il tuo vicino, o il tuo capo lo scoprano, la tua libertà di espressione è ridotta.” Non fa una piega.
La strage di Parigi ha lasciato il segno: qualunque sia l’opinione a riguardo, i 12 morti del 7 gennaio sono uno spartiacque importante tra due ere. L’attacco terroristico al giornale satirico non è lo stesso dell’11 settembre: poco più di una settimana fa i palinsesti dei canali di tutte le reti tv non si sono oscurati per lasciare spazio a speciali e dirette sulla vicenda.
Invece è stato il web a ritrovarsi bloccato per diversi giorni, con contenuti sulla vicenda che provenivano da ogni singolo anfratto della rete.
Nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre, gli USA hanno reagito con l’inasprimento delle attività SIGINT di intelligence. Questo rafforzamento dei sistemi di controllo e intercettazione è stato denominato dai media come progetto Echelon; supportato da Echelon, il Terrorist Surveillance Program, invece, consisteva nell’innesto di cellule di intercettazione all’interno dei nodi di passaggio dati di numerose compagnie telefoniche. Secondo un dettagliatissimo reportage sull’argomento pubblicato su Limes, “Obama stesso ha confermato l’immunità concessa da Bush alle telecom che collaborano con l’intelligence.”
i governi possono intercettare tutti i dati che vogliono, ma se sono codificati l’intelligence non può usarli.
Una volta intercettati, i flussi di dati vengono analizzati semanticamente per rilevare comunicazioni sospette. Oggi, a differenza del 2001, un aumento degli sforzi per intercettare le comunicazioni private e aziendali non farebbe particolare scalpore, ma sarebbe piuttosto inutile: con il diffondersi degli strumenti per la messaggistica istantanea, le comunicazioni non vengono inviate se prima non sono state codificate da una qualche chiave di crittazione.
Insomma, su una cosa Cameron ha ragione: i governi possono intercettare tutti i dati che vogliono, ma le agenzie di intelligence non possono usarli se sono in qualche modo codificati.
Ovviamente i protocolli di codifica non sono solamente prerogativa di sedicenti terroristi intenti a scambiarsi coordinate per gli attacchi, ma più o meno di qualunque business che ha interesse a non spiattellare al mondo intero le proprie comunicazioni interne.
Ammettendo quindi per un attimo, per un esercizio di logica, che l’idea di Cameron possa in qualche modo non ledere la libertà d’espressione dei privati, l’intenzione di rendere illegali i protocolli di crittazione si scontra comunque con un problema ben più grosso: gli interessi dei colossi del business.
Insomma, spiegaglielo tu a HSBC o Barclays che i loro dati bancari devono essere diffusi in chiaro e sono tranquillamente intercettabili.
Nonostante ciò, la proposta di Cameron non è da sottovalutare: il vero pericolo per la libertà di espressione salterebbe fuori se Cameron, invece di vietare in toto i protocolli di crittazione, chiedesse la possibilità di ottenere le chiavi di crypt (e quindi la possibilità di leggere le comunicazioni codificate) a chiunque in qualsiasi momento. Se la possibilità di codificare un flusso di dati diventa incerta, anche la sopravvivenza dei collettivi hacker e delle reti Tor—che non servono solo a smerciare droga, ma anche a far comunicare col resto del mondo chi non può farlo— vengono messe in dubbio. Per non parlare della tranquillità di chattare su WhatsApp o su Facebook.
La libertà di espressione su internet è un argomento caldo da anni e il mondo della tecnologia si sta muovendo per fare in modo che il famoso detto “su internet tutto rimane per sempre” perda di significato. Strings è l’ultima delle tante app che permettono di cancellare dal tuo smartphone e da quello degli altri qualcosa di cui ti sei pentito. Ci sono ancheAnsa e Invisible Privacy, tra le tante.
In definitiva, Cameron lunedì l’ha sparata grossa, ma nel mondo sono tanti quelli che ci hanno messo poco a smettere di “essere Charlie.” In Russia chiunque pubblicherà la vignette del settimanale satirico finirà sulla lista nera Roskomnadzor, la Turchia oscura qualunque pagina web pubblichi la prima pagina dell’ultimo numero di Charlie Hebdo, l’Egitto vuole bandire qualunque pubblicazione offenda la religione, negli USA e in Europa imperversa un inatteso desiderio di essere sorvegliati più di quanto già non lo siamo e infine, ciliegina sulla torta, Sky News parla di libertà di espressione togliendola in diretta. Non ci sono più i Charlie di una volta.
Fonte: Motherboard Italia (VICE), 15 gennaio 2015.