Tranquilli, le foto arcobaleno non sono un esperimento sociale di Facebook
Le foto profilo viste su Facebook negli ultimi giorni che celebrano il matrimonio gay non sono un esperimento sociale, state tranquilli.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Motherboard Italia (VICE) il 30 giugno 2015.
Quattro giorni fa la Corte Suprema degli Stati Uniti ha reso i matrimoni omosessuali legali in ognuno dei 50 stati della nazione; fantastico, direi. No?
In questi stessi giorni, oltre che ai canonici festeggiamenti che hanno pervaso i gay pride di tutto il mondo, si è aggiunto quello di Facebook, che ha avviato l’iniziativa “Celebrate Pride,” un tool che permette di applicare al volo alla propria foto profilo sul social network un filtro color arcobaleno, di modo da potersi rendere pubblicamente partecipi su internet dei festeggiamenti.
Le discussioni riguardo questa iniziativa si sono sprecate, tra chi la difende a spada tratta e chi invece vi vede un inutile pseudo-attivismo. Da alcune ore, però, si è aggiunto un altro fattore all’equazione: e se il “Celebrate Pride” di Facebook fosse l’ennesimo esperimento sociale di Zuckerberg in cui noi fungiamo da inconsapevoli cavie?
Tutto parte da un lungo articolo del The Atlantic, che instilla ufficialmente il dubbio nelle nostre menti—sebbene il pezzo fosse ampiamente argomentato e fornito anche di una testimonianza di un portavoce di Facebook che comprensibilmente negava ogni accusa,
la notizia è stata rapidamente rimbalzata da Gizmodo, e non ci è voluto molto prima che arrivasse in Italia con gli stessi toni.
,e benché anche questo sia ampiamente argomentato, un titolo del genere non può che far letteralmente incendiare gli animi del famoso “popolo del web.”
Forse è ora di fare un po’ di ordine. Le foto colorate su Facebook per il matrimonio gay erano un esperimento sulle emozioni? NO. O meglio, sono abbastanza sicuro di poter dire che in questo caso l’intenzione di Zuckerberg non fosse quella di raccogliere i dati anagrafici dei futuri iscritti alla famigerata lobby gay per poterli poi annichilire a suon di sermoni sulla teoria del gender.
Siamo a marzo 2013 quando l’organizzazione Human Rights Campaign, alla vigilia dell’inizio delle discussioni nella Corte Suprema americana riguardo il “marriage equality,” lancia una campagna per mobilitare e sensibilizzare quante più persone possibili al tema invitando gli utenti a cambiare la propria foto profilo con quella di un “=” rosa su sfondo rosso. In pochissimo tempo la campagna diventa virale.
Esattamente 2 anni dopo, a marzo 2015, salta fuori un interessantissimo paper redatto da due data scientist di Facebook, Bogdan State e Lada Adamic: “The Diffusion of Support in an Online Social Movement” è un’analisi della campagna del Human Rights Campaign in cui si cerca di comprendere meglio i fattori che potevano portare una persona a cambiare la sua foto profilo con quella di un “=” rosso, verificando anche quali fossero le implicazioni di questa scelta da parte dell’utente, ovvero quanto influenzasse la sua cerchia di amici. Il paper aveva come scopo il comprendere al meglio i metodi con cui gruppi di cittadini si possono organizzare online, tutti dati e informazioni preziosissime per un’azienda come Facebook, che fa della propria utenza la sua principale merce in vendita.
Fino a qui ci siamo? A marzo 2013, in maniera indipendente da Facebook, si consuma sul social network un’iniziativa virale dalla portata gigantesca: due anni dopo si scopre che Facebook ha, banalmente, effettuato degli studi su un fenomeno sociale consumatosi sulla sua piattaforma, e di cui quindi deteneva tutti i dati necessari.
Avanti veloce a ieri. William Nevius, portavoce di Facebook, spiega a The Atlantic che “Celebrate Pride” è un’iniziativa sviluppata da due stagisti dell’azienda durante un hackathon interno a Facebook: è diventato rapidamente popolare tra i dipendenti e quindi Facebook ha deciso di renderlo accessibile a tutti gli utenti Facebook. Ovviamente Nevius ha negato il fatto che Facebook possa aver nascosto dietro a “Celebrate Pride” un esperimento sociale pensato per raccogliere ulteriori dati sulla propria utenza, ma se anche fosse così?
Non è un esperimento sociale e molto probabilmente è nato con la genuina intenzione di voler celebrare un evento importantissimo nella storia degli Stati Uniti e di tutta la storia della lotta per i diritti LGBT.
Il più grande errore che si può fare quando si parla dei social network, Facebook in particolare, è pensare che siano gratuiti. Certo, nessuno di noi ha pagato una quota per iscriversi a Facebook, Twitter o Instagram, ma siamo proprio noi, gli utenti, a star inconsciamente vendendo i nostri “profili” alle aziende in cambio della gratuità del servizio. I social network sopravvivono grazie alla vendita di spazi pubblicitari, sapere quindi come, quanto e quando una grossissima fetta di utenza si è rivelata essere a favore dei diritti LGBT è un merce preziosissima per la quale numerosissimi brand pagherebbero a peso d’oro.
In passato le polemiche di questo tipo si erano già sprecate: Facebook, negli Stati Uniti, aveva ricordato ai suoi utenti di andare a votare incoraggiandoli a condividere uno status che declamava l’aver esercitato un proprio diritto. Allo stesso modo, Facebook aveva chiesto direttamente agli utenti quali notizie volessero visualizzare nella propria timeline. Iniziative senz’altro piacevoli, ma è un po’ da fessi pensare che non ci fosse alcun secondo fine dietro. Sono tutte informazioni facilmente vendibili, e in questi casi Zuckerberg non ce le ha nemmeno dovute rubare: siamo stati noi a dargliele.
In conclusione, “Celebrate Pride” è un esperimento sociale? No. Non è un esperimento sociale e molto probabilmente è nato con la genuina intenzione di voler celebrare un evento importantissimo nella storia degli Stati Uniti e di tutta la storia della lotta per i diritti LGBT, ma sarebbe ingenuo pensare che ora, visto il successo dell’iniziativa, Facebook non stia cercando di trarre vantaggi da tutto ciò.
Fonte: Motherboard Italia (VICE), 30 giugno 2015.