Sulla violenza nei videogiochi e le vostre opinioni superflue, parte 2
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Medium il 23 dicembre 2014.
(nota: ho scritto questo pezzo al volo perché ci tenevo a spiegare meglio alcuni concetti, domani in giornata potrei rivedere alcuni passaggi e aggiungere altro; il succo comunque è questo.
Tra ieri e oggi è partito un bel tam-tam. Nel caso vi foste appena sintonizzati: il 22 dicembre Sabrina Salvadori, pediatra esperta in neonatologia, ha pubblicato il suo primo e (attualmente) unico articolo nella rubrica La 27ORA del Corriere.it.
Il pezzo si chiama “ Videogiochi che ‘allenano alla violenza’ e io li stavo per regalare a mio figlio.”
Ci siamo? Ottimo. Secondo step. In seguito alla pubblicazione dell’articolo della Salvadori la reazione della comunità è stata pressoché istantanea. Alcuni con modalità più ironiche, altri con modalità più serie. Il succo però, qualunque sia la modalità, è che la Salvadori ha torto perché esiste il sistema di certificazione PEGI che regolamenta le fasce di età per cui un videogioco può essere adatto. Inoltre viene criticato il menefreghismo della stessa Salvadori, e spesso dei genitori tutti, che pur di assecondare i capricci del bambino non si informano sugli acquisti che vanno a fare.
Ci siamo anche qui? Fantastico. Questa mattina mi alzo già piuttosto nervoso; il giorno prima avevo letto di questa vicenda ma non me ne ero preoccupato granché. Oggi invece mi sono dato alla lettura e ho visionato sia l’articolo della Salvadori che alcune delle reazioni. Complice l’orario mattutino e il nervosismo costante che mi porto dietro, ho scritto un contro-contro-articolo di risposta, per modalità e toni
Comprensibilemente, una volta che l’articolo ha cominciato a girare, i diretti interessati ed in generale tutti coloro che si sono sentiti chiamati in causa, si sono fermati agli insulti senza (o forse facendolo pieni di fastidio) procedere oltre nell’articolo. Trovo quindi comprensibile (non condivisibile, certo, ma sicuramente comprensibile) che i concetti che abbia voluto far passare stamattina, semplicemente non siano passati.
Nel frattempo, durante la giornata, sul sito del Corriere, nella stessa rubrica, è uscito un articolo di risposta di Stefano Silvestri al pezzo della Salvadori. Per raccogliere delle informazioni pratiche sulla percezioni di questa vicenda da parte dei diretti interessati (ovvero, i genitori dei ragazzi) ho fatto leggere il pezzo della Salvadori, alcuni contro-articoli, il mio pezzo e la risposta di Silvestri a mia madre. Parleremo dopo di questo. (nota 20.56, è appena uscito un altro articolo sul tema su La 27ORA! Domani cercherò di includerlo)
Non vi è dubbio che esistano dei videogiochi violenti. Le polemiche ci sono sempre state in questo ambito, aldilà del medium incriminato. È altrettanto indubbio che vi siano dei modelli creati per far fronte alla necessità di regolamentare il consumo di videogiochi: in Europa questo modello è il PEGI, un metodo di classificazione che analizza i videogiochi e li divide in fasce di età. In Europa il PEGI è un modello imposto dalla legge solamente in Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi e Regno Unito; parzialmente in Austria. In tutti gli altri paesi il modello è solamente formalmente riconosciuto.
A questo punto creiamo un caso. Immaginiamo il caso della Salvadori, omettendo qualche dettaglio per il bene della finzione scenica. La Salvadori viene implorata dal figlio di acquistare GTA V, lei acconsente e dopo aver saputo che era necessaria la presenza di un genitore per l’acquisto del gioco (classificato come PEGI 18) si reca in negozio e lo acquista (sto omettendo la parte in cui la Salvadori si reca ad una conferenza dove parlano della violenza di GTA V; nel suo articolo questa conferenza non descrive il gioco, ma ne enfatizza gli aspetti cruenti). Torna a casa, il figlio si mette a giocare, la Salvadori vede le immagini sulle schermo e scrive lo stesso articolo, ignara del sistema di classificazione e della natura della saga. Ci siamo ancora tutti? Qualcuno si è perso per strada? Speriamo di no dai.
La Salvadori ha ragione a dire che GTA V è un videogioco violento. È innegabile, dai. Per tutto il resto l’articolo della Salvadori è inesatto e fortemente ignorante—e uso questa parola nella sua accezione più neutra: ignorante nel senso che ignora, non ignorante nel senso che è una becera testa di cazzo.
Secondo le varie reazioni la Salvadori sbaglia nel suo discorso perché prima di acquistare un gioco per il figlio undicenne bisognerebbe informarsi. È vero. Sempre per semplificare il discorso, però, riduciamo ora tutto ai minimi termini. Poniamo che la Salvadori sia una persona completamente estranea ai videogiochi, che non conosca GTA, che non conosca la classificazione PEGI e quel lampeggiante “18” in copertina non le abbia detto granchè. Di chi è la colpa?
La maggior parte degli articoli di risposta che ho letto definiscono come colpevole, in ogni caso, i genitori, che prima di effettuare l’acquisto di un videogioco dovrebbero informarsi e sopratutto dovrebbero essere al corrente di metodi di classificazione come il PEGI. Inoltre, come ulteriore garanzia, il negoziante dovrebbe rendersi filtro tra il cliente e il venditore. In Italia questa cosa non succede sostanzialmente mai, probabilmente perchè il PEGI è un modello di classificazione non imposto dalla legge. Fino a qui penso ci siamo tutti. Questi sono i fatti esposti, è quello che è successo oggi.
Lo sbaglio fondamentale, non commesso solamente da Stefano Silvestri, è stato quello di rispondere sul proprio campo da gioco (errore che ho fatto anche io, paradossalmente). Se il problema è da trovarsi nell’ignorare della Salvadori, e di molti genitori, del contesto in cui viene innestato un determinato discorso delicato in un videogioco, il modo peggiore per trasmetterlo è comunicarlo a partire dal proprio campo base ghettizzato, spesso con modi e termini che non fanno altro che allontanare ancora di più i diretti interessati.
Dopo averglieli fatti leggere, mia madre si è schierata dalla parte della Salvadori dicendo che “una pediatra non è l’ultima arrivata” e che “gli altri articoli vivono della stessa violenza del videogioco incriminato”. Il fatto che la Salvadori fosse ospitata sul Corriere non ha fatto altro che accrescerne la credibilità, e trascuriamo il fatto che la rubrica in cui l’articolo è stato ospitato si indirizzi ogni giorno proprio alla fasce demografica delle madri medie.
Fare quindi comunella con gli altri videogiocatori ed unirsi in un coro di sbeffeggio all’autrice non ha alcun senso, perché non solo non trasmette nessun messaggio, ma fa apparire la comunità intera come una massa di vichinghi. Se questa cosa non vi suona nuova è perché è già successa in occasione del Gamergate. Anche tentare di parlare seriamente della faccenda in un contesto estraneo al Corriere è ugualmente dannoso, perché si verrebbe additati di ampollosità. Tutto ciò è giusto? Certo che non lo è, ma è ** necessario **giocare a questo gioco secondo le regole degli altri, perché si sta uscendo fuori dal proprio parco giochi fatto di persone che parlano tutte la stessa lingua.
Ciò che bisognava fare era, in primis, stare zitti. Questo perché le occasioni in cui il pubblico generalista e specializzato vengono collegati da un ponte come queste sono poche e, sopratutto in Italia, sprecare un’occasione del genere perché fare un po’ di sano cameratismo è stupido, perché ne risente la credibilità dell’intera scena. Con scena parlo anche di industria, con industria parlo anche di sviluppatori, con sviluppatori intendo soldi.
In secondo luogo bisognava contattare l’AESVI (nota 21:03, lo hanno appena fatto), l’unica “istituzione” di settore, e chiedere a lei di occuparsi della cosa con una dichiarazione ufficiale. Ciò è stato fatto solamente da alcuni, e sempre e comunque allegando opinioni personali che in questo caso ritengo semplicemente superflue. Tutto ciò che non è una “dichiarazione ufficiale” è solamente una sassata contro questo ponte tra specializzato e generalista, niente di più. Abbiamo davvero bisogno di dirci tra noi che l’articolo della Salvadori è pessimo?
Nel caso si morisse proprio dalla voglia di far sentire la propria voce, lo si doveva fare solamente nello stesso campo della Salvadori: ovvero sul sito del Corriere. E bastava poco. Bastava scrivere una mail esponendo le proprie ragioni, e come è stato dimostrato da Silvestri, il risultato sarebbe arrivato subito.
Tutto ciò non è successo. Ed anzi, i suddetti articoli, che non dubito fossero stati scritti in buona, hanno generato un’onda di commenti e condivisioni da età della pietra: “mamme ritardate”, “figli trattati come bestie”, e chi più ne ha più ne metta. Questo è il problema, questi sono i commenti che finiscono poi sotto i riflettori e che danneggiano tutti. Questo è ciò che andava evitato, ma che ovviamente, per l’ennesima volta, è successo.
Di persone come la Salvadori ce ne sono tante, non sarà la prima né sarà l’ultima, purtroppo in questo lei ha avuto uno spazio sul Corriere, ma non è questo secondo me il modo migliore per trattarle. Io non dubito che l’ignoranza della Salvadori fosse in buona fede e che il suo articolo sia la conseguenza di uno scatto di rabbia e forse di incredulità, ma in quanto ignorante, nel senso più neutro del termine, una persona così va educata. Va presa a quattr’occhi e le va spiegato dove sbaglia. Sì, ne vale la pena.
Ora passiamo a discorsi più teorici. Secondo me c’è stato un problema per ciò che ha riguardato il mezzo della risposta alla Salvadori, ma ora occupiamoci del contenuto di questa risposta.
La tesi più diffusa, da quanto ho potuto capire, è che la Salvadori è nel torto perché esiste il PEGI e sopratutto perché gli strumenti per comprendere in maniera perlomeno sommaria il mondo dei videogiochi già ci sono. Queste, secondo me, sono mezze verità.
È vero, il PEGI esiste, ma sopratutto in Italia è ormai un modello che viene tirato in ballo solamente quando fa comodo. Quando succedono episodi di questo tipo il PEGI è in prima linea a difendere le ragioni dei videogiocatori, ma quando le acque si quietano sono pochi quelli che rimangono per tentare di riformare un metodo di classificazione che spesso lascia il tempo che trova e che sopratutto viene raramente rispettato. Perché in Italia il negoziante può spesso e volentieri fregarsene dei bollini? Un primo filtro dovrebbe essere proprio questo, ma chiaramente è molto più comodo decolpevolizzare il venditore, che non ha interesse a farsi particolari problemi fintanto che vende, e caricare tutte le responsabilità sulle spalle di un genitore che sembra debba arrivare al mondo con un pacchetto di informazioni sui videogiochi pre-installato.
Il secondo punto si aggancia proprio a quest’ultima considerazione. Sarà vero che i genitori sono pigri e che nonostante basti una ricerca su internet per farsi un mezza idea del gioco di turno, non lo fanno? Io non credo.
Il linguaggio dei nostri genitori è un linguaggio complicato, molto diverso dal nostro, non solo nel lessico ma anche nelle forme di trasmissione. La nostra è la generazione internet, una generazione che ammette determinati metodi e determinate strutture sintattiche che i nostri genitori, dal canto loro, non recepiscono in maniera così ottimale. Rifilare una recensione classica di un GTA V sotto gli occhi della Salvadori non aiuterà a risolvere la situazione, ed anzi, probabilmente la complicherà soltanto.
Ciò significa che prima di pretendere un livello di coscienza sufficiente da parte dei genitori è necessario creare dei contenuti che siano da loro fruibili in maniera adatta, che non vuol dire trattarli come dei fessi, ma vuol dire parlare a loro con un linguaggio che non è il nostro. Questi contenuti non ci sono, e prima di impostare un discorso del genere è necessario crearli. No: 100 pagine di saggio sul perché la violenza in GTA ha senso non sono un “contenuto fruibile da un genitore.”
Sperare che le cose possano cambiare perché “l’ignoranza non è una scusa” è un semplice caprio espiatorio, perché il coltello dalla parte del manico ce l’hanno loro. Bisogna rendersi conto di questo, altrimenti possiamo stare a piedi e per l’amor di Dio smetterla di chiedere di venire presi sul serio.
Tutto ciò significa che il genitore non ha colpe? Assolutamente no. Il genitore ha la colpa di essere una cariatide come la maggior parte dei genitori di questa generazione, di essere un genitore che soffre il digital divide e che non sa ancora usare lo strumento internet in maniera perlomeno accettabile; ciò che dico io è che secondo me, in questa vicenda, il genitore condivide la colpa con noi, che non stiamo facendo proprio un bel niente per venirgli incontro, se non qualche lunghissimo post come questo, ben lontano dal concetto di potabilità.
Fonte: Medium, 23 dicembre 2014.