Perché ho scelto di non fare l'università

La crisi dell'università in Italia è una condizione che si protrae ormai da tempo, ma per molti un corso di laurea è l'alibi perfetto per stare tranquilli ancora qualche anno. Eppure alla fine ho optato per un'altra strada.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Motherboard Italia (VICE) il 6 marzo 2015.

Ho 19 anni, l’anno scorso ho finito i miei cinque anni di superiori in un Liceo Classico di Torino; sono uscito con 72, né gloria né infamia, specie se penso a quanto male l’abbia affrontato, quel Liceo. Per diversi anni a scuola non ho fatto altro che non pensare a cosa avrei voluto fare nella vita, e l’ho fatto pensandoci davvero tanto.

Inizialmente volevo andare a fare qualcosa che c’entrasse con il giornalismo, ma mi spiegarono che i giornalisti sono tutti sciacalli e così finii a pensare a quanto mi credessi una persona buona. Ero in terza superiore, e abbandonai l’idea di fare Lettere.

Poi, in quarta superiore, si ripresentò una vecchia fiamma: l’informatica. Se al momento della scelta del liceo non avevo avuto dubbi, consapevole che studiarla avrebbe significato odiare ciò che mi aveva distolto da quei problemi di crescita personale che si possono avere alle medie, all’epoca cominciai a ripensarci. Questa volta l’informatica si chiamava ingegneria, anzi, per essere più precisi, “ingegneria sociale.”

Ancora oggi non so spiegare troppo bene che cosa significhi; ai tempi mi piaceva il nome, il concetto. Dando un’occhiata qua e là su internet abbozzai addirittura una descrizione di questo fantomatico corso di studi. L’ingegneria sociale mi sistemò per sei mesi abbondanti. “Che vuoi fare dopo il Liceo?” “Ingegneria sociale, ovviamente.” “Ah.” Era chiaro che si trattava solo dell’ennesimo stratagemma che mi inventavo per prendermi per il culo, e per evitare la pressione dei miei amici pieni di idee chiare sulla loro futura vita.

Dopo l’ingegneria fu il turno dell’Australia—era letteralmente dall’altra parte del mondo, lontana da tutte quelle situazioni e persone che contribuivano ai miei problemi di ansia—e successivamente, in seguito alle vacanze di maturità, Berlino. Mi era bastata qualche settimana in Germania per capire che con un monolocale in affitto a Friedrichshain la vita avrebbe potuto solamente sorridermi. Di fronte a queste mie scelte così diverse, la reazione dei miei era la stessa: “Va bene. Prenota l’aereo e facci sapere dove dormi.” Mi stavano dando tutti gli strumenti necessari per fare ciò che volevo, ma mi stavano anche chiedendo di fare una cosa che io non avevo mai imparato a fare: agire.

Nel frattempo non spiccicavo mezza parola di tedesco e ormai, a Torino, si stavano chiudendo anche gli ultimi bandi di iscrizione per quelle facoltà universitarie popolate per la maggior parte da inetti come me.

Settembre è stato uno dei mesi più duri: mi ritrovai a pensare seriamente di scendere a un compromesso con me stesso e a iscrivermi a qualunque facoltà, benché avessi passato l’estate a sostenere che un’iscrizione da perditempo era proprio ciò che volevo evitare.

Nel 2015, del resto, mi sembra sia questa la scelta fatta dai più: l’università è vista come un passaggio obbligato anche da chi sceglie di farla solo per ‘tenere buoni’ i propri genitori o se stesso. A conti fatti è un’ovvietà piuttosto motivata: l’università è l’alibi perfetto per stare tranquilli ancora qualche anno. Qualche anno di studio più o meno impegnato, senza rimorsi e, quando se ne ha la fortuna, coi soldi dei genitori per condurre un tenore di vita tutto sommato normale.

Una volta finita la triennale, poi, si può fare un master, un tirocinio, una magistrale; onestamente non ho un’idea precisa di come funzioni, ma parliamo di una bella manciata di anni di pseudo tranquillità. E l’impressione è che, per chi cerca lavoro senza trovarlo, l’università conservi il suo potenziale di alibi: una laurea può diventare al tempo stesso la scusa che ti autorizza a “continuare a cercare qualcosa di collegato ai miei studi” o una specie di traguardo da rivendicare in mancanza d’altro—”eppure ho passato anni a studiare, e ora niente.”

Il problema è che rispetto a dieci anni prima, nel 2013 sono state settantamila in più le persone che hanno deciso che questo tipo di tranquillità non faceva per loro. La crisi dell’università in Italia è una condizione che si protrae ormai da tempo, e se dopo il liceo c’è chi non ha effettivamente più voglia di studiare o si è reso conto di non essere tagliato per i libri, molti sono ostacolati dai costi o dalla convinzione che l’università non è più una garanzia di lavoro. “A che serve fare l’università, se una volta uscito non ho comunque la certezza di trovare qualcosa?”

Dall’altra parte, il ‘lavoro’ della mia generazione è un ‘lavoretto’, e si è persa la concezione di un impiego normale; ma proprio per questi motivi, allora, cosa mi impedisce di parcheggiarmi temporaneamente in una qualche facoltà? Effettivamente, sono il primo a non capacitarmi del perché non riesca ad accettare l’esistenza di questa oasi comoda e in qualche maniera utile.

A inizio ottobre 2014 ero inoccupato, abbattuto e, come se non bastasse, circondato da un plotone di amici del liceo elettrizzati dalla loro nuova vita universitaria. Mi sentivo privo di ogni scopo. Benché lo avessi negato per tanto tempo sapevo che ero un po’ più sveglio degli altri miei coetanei e che l’Outback australiano o la U-Bahn berlinese sarebbero state situazioni da cui sarei uscito vincitore, ma non feci nulla.

Poi, da una settimana all’altra, mi piombò dal cielo la possibilità di fare uno stage da VICE, a Milano. In sette giorni organizzai il trasferimento. Tornavo a Torino un weekend ogni due, tre, e i miei amici mi raccontavano delle loro nuove vite universitarie così deliziosamente simili a quelle del liceo. Nuovi amici, vecchi amici, professori strani e qualche litigio. Quanto a me, ero quello di “a Milano per lavorare,” ma in realtà morivo di invidia.

Quindi, ho scelto di non fare l’università—forse non ho proprio scelto, più che altro mi è capitato. Non so se mai la farò. In questo momento vivo uno strano conflitto interiore: voglio dimostrare a tutti che sarò capace di fare faville anche senza una laurea, ma è l’ennesima scusa che sfrutto per rimandare una decisione definitiva. Perché il mio stage mi piace molto, scrivere mi fa sentire realizzato e a Milano mi sono fatto anche degli amici veri, ma da quando mi sono trasferito mi sono trovato sulle spalle una quantità di responsabilità che non fanno per me. Non so se non fanno per i diciannovenni in generale, ma sicuramente non fanno per me.

Comunque sia, se faccio un punto della situazione, penso che non iscriversi all’università sia una scelta fattibile. Ci sono mille modi per affrontarla: si può fare come me, si può scappare dall’altra parte del mondo, ci si può prendere un anno sabbatico. Le opzioni ci sono, certo. E anche le motivazioni: voler bruciare le tappe, diventare indipendenti il prima possibile. Probabilmente ci sono anche delle vie di mezzo. Io però non ho cuore di dire che è la scelta migliore che si possa fare dopo le superiori.

E la verità è questa: morirei dalla voglia di passare ancora qualche tempo in quella accogliente incubatrice per il futuro che è l’università, dove qualche amico delle superiori lo conosci, dove i nuovi amici hanno grande voglia di essere tali e dove le tipe dopotutto fanno una vita molto simile alla tua e con cui puoi provarci discorrendo sermoni su quel vostro compagno di corso grasso.

Il problema è che ho scelto di voler crescere velocissimo e ormai questa cosa è più grande di me. Non ho abbastanza palle per gettare la spugna, ma non so nemmeno se avrò abbastanza palle per continuare.

Questo perché cresciamo col fiato sul collo, con da una parte persone che tentano di ingozzarci con una “guida per entrare nel mondo degli adulti” e dall’altra persone che ci dicono che quella guida è piena di cazzate. E può sembrare un cliché, ma anche se i dubbi adolescenziali sono un classico sin dal mesozoico, forse la mia generazione, per ragioni storiche, ha qualche dubbio in più di quelle precedenti. Vogliamo fare la scelta giusta al momento giusto e non sbagliare mai—almeno, per me è così.

Ovviamente, il risultato più probabile di queste intenzioni è fallire. Ma allora, visti molti trentenni di oggi, tanto vale farlo adesso che posso ancora permettermelo.

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Fonte: Motherboard Italia (VICE), 6 marzo 2015.

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