Continuare a resistere per ricominciare ad esistere
Articolo pubblicato originariamente su cheFare il 2020-10-27. Link all'originale.
Martedì 27 ottobre 2020
Continuare a resistere per ricominciare ad esistere
Scritto da:
[Federico Nejrotti](https://www.che-fare.com/network/federico-nejrotti)
Siamo nel pieno della seconda ondata della pandemia di Coronavirus e nell’ultima tornata di misure restrittive pensate per contenere il contagio - annunciate nella giornata di domenica - è stato, nuovamente,
il turno della sospensione degli “spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all'aperto.”Si allarga così, salvando a malapena i musei e le gallerie, l’insieme degli spazi culturali per cui al momentotutte le attività sono sospese. La decisione del governo Conte, sebbene sembri necessaria davanti alla drammaticità della pandemia e dei suoi numeri,risulta maldestra e violenta non soltanto per le economie che muovono questi spazi, ma soprattutto per il muscolo immaginativo che nutre le programmazioni culturali che riempiono di vita i luoghi della cultura. In breve, che si tratti di un nuovo centro culturale, di uno spazio liberato o di una grande istituzione della cultura, le lavoratrici e i lavoratori che animano questi luoghisono stremati, demotivati e incapaci di elaborare scenari che vadano oltre la fondamentale sopravvivenza delle organizzazioni. Le contraddizioni in questo momento si sprecano: dall’assunto universale chepone l’infrastruttura culturale in secondo pianorispetto a quella dei luoghi di culto e quella dell’industria della ristorazione e manifatturiera, passando per la stagione estiva che ha visto i centri culturali, vecchi e nuovi, impegnati afare investimenti e ristrutturazioni progettuali per mettere in sicurezza e a norma tutte le attivitàche ospitano e che ora si vedono sospendere nuovamente le programmazioni.Le programmazioni culturali non sono soltanto uno strumento progettuale ma un’interfaccia necessaria ad ognuno di noi per continuare a costruire collettivamente conoscenze e occasioni di scambio in un momento storico in cui “fare cultura” è un processo rischioso per la vita di ognuno di noi.La complessità della pandemia e delle economie che sta intaccando richiedono
2 diversi tempi di azione: il primo, sistemico e sul medio periodo, deve riguardareuna risignificazione complessiva del ruolo dell’infrastruttura culturale nella società modernae deve prendere in precisa analisi lecatene di valoreche la mettono in moto e le norme che la regolano, magari attraverso la discussione di forme di reddito distribuito come ilreddito di creatività. La seconda, più puntuale e urgente, riguarda lasalvaguardia della capacità immaginativa e progettuale necessaria a imbastire una programmazione culturale— il muscolo di cui parlavo prima, il cui funzionamento accomuna luoghi della cultura profondamente diversi tra di loro e che in questo momento si trova costretto all’atrofizzazione.Che senso ha continuare a generare forme di cultura, fisiche o virtuali che siano, in un contesto in cui il lavoro culturale in ogni sua forma non è valorizzato, pagato, riconosciuto e supportato dalle stesse istituzioni che in questo momento, di fatto, ne impongono la sospensione nella dimensione pubblica? La risposta a questa domanda non è scontata. Se durante il primo lockdown io stesso facevo richiesta diuna decisa forma di rifiutoa qualunque stimolo a “immaginare il dopo”, oggi le programmazioni culturali non sono soltanto uno strumento progettuale maun’interfaccia necessaria ad ognuno di noi per continuare a costruire collettivamente conoscenze e occasioni di scambioin un momento storico in cui “fare cultura” è un processo — nella sua forma più classica: pubblica, partecipata dai corpi, matericamente presente — rischioso per la vita di ognuno di noi. Che si tratti di trasferire online una stagione di presentazioni e conferenze, trovare soluzioni in streaming per la diffusione di spettacoli teatrali e cinematografici o sfruttare le reali potenzialità collaborative del digitale e di internet per creare nuovi spazi di produzione collettiva di cultura, i fattori ambientali che scaturiscono dalla pandemia sono persistenti ed in continua evoluzione eci chiedono di continuare fermamente a resistere. In un contesto ditotale de-valorizzazione del lavoro culturale e di esasperata finanziarizzazione degli strumenti necessari a tradurre le programmazioni online— dai social network fino alle piattaforme per videoconferenza —, continuare ad elaborare curatele e stagioni di eventi non è soltanto un’azione di resistenza creativa nei confronti dei limiti necessari (per la salute pubblica) e di quelli imposti (dalle istituzioni), maun processo propedeutico a prepararci a “ciò che verrà dopo” la pandemia, le quarantene e le chiusure. Infatti, qualunque sarà labattaglia collettivache saremo chiamati a combattere alla vigilia delle riaperture,non potremmo più prescindere da un approccio comunitario alla questione. Reddito di creatività, rilancio dei nuovi centri culturali, ristrutturazione dei finanziamenti alla cultura, nuove e vecchie norme da pensare e ripensare: tutte sonotematiche che si avvicendano in maniera verticalmente specificatra i vari ambiti culturali mala cui urgenza, oggi, attraversa l’infrastruttura culturale nel suo intero.## Con le ultime restrizioni, le istituzioni italiane ci hanno ricordato che l’infrastruttura culturale non è percepita come essenziale benché la sua salute e la sua capacità di continuare a immaginare il presente e il futuro siano legate esistenzialmente alla salute della società con cui si interfacciano
Fare fronte alla devastazione psichica che la pandemia e la conseguente quarantena infliggono su tutte le lavoratrici e i lavoratori della cultura non è soltanto un esercizio da intraprendere perché “lo spettacolo deve continuare”, madiventa un processo di consolidamento di un’intera categoriache per necessità e volontà deve profondamente rinnovare non soltanto i propri modi di fare cultura ma anche il proprio approccio alla collaborazione intersettoriale ed interdisciplinare.Continuare a elaborare una programmazione culturale oggi, qualunque sia l’ambito di appartenenza della propria pratica,significa acquisire dimestichezza e consapevolezza con le richieste che sarà necessario porre, insieme, ad istituzioni e corpi intermedi. Esercitare una forma di resistenza alle chiusure impostecontinuando a costruire conoscenze, competenze e stratagemmi necessaria non fermare le programmazioni culturali significa porre le basiper ricominciare ad esistere con dignitàdopo l’impellenza della pandemia. Con le ultime restrizioni, le istituzioni italiane ci hanno ricordato chel’infrastruttura culturale non è percepita come essenzialebenché la sua salute e la sua capacità di continuare a immaginare il presente e il futurosiano legate esistenzialmente alla salute della società con cui si interfacciano. Sgomberato ogni dubbio, elaborare nuove forme di resistenza a questa percezione diventa l’azione più ovvia di compiere: trovare la forza, insieme, di convivere con la totale esasperazione che tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori della cultura stanno vivendo per trasformarla in azione affermativa e inequivocabile. Oggicontinuare a resistere significa impratichirsi nelle arti magiche necessarie per poter continuare a imbastire programmazioni. Conoscere le tecnologie di cui abbiamo bisogno per organizzare presentazioni online degne di questo nome, scoprire l’enorme potenziale delle piattaforme di collaborazione digitale quando usate con consapevolezza, sfruttare la smaterializzazione del lavoro a nostro vantaggio. La buona notizia è che ora sappiamo con certezza di doverlo fare,perché nessun altro lo farà per noi.## Altri contenuti correlati
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