All machinery hurtful to Commonality
In Italia nascono i primi comitati contro i data center mentre lo Stato accelera i permessi per costruirli. Fermarli è improbabile; imparare cosa pretendere da chi li possiede no.
Nelle ultime settimane in Italia è nato un movimento organizzato che si oppone all'apertura di nuovi data center. L'11 luglio, centocinquanta persone si sono radunate in piazza a Lacchiarella, a sud di Milano, contro il progetto Apto Campus: 700.000 metri quadrati a ridosso del Parco Agricolo Sud Milano, una potenza oltre i 150 megawatt, più di tre miliardi di euro di investimento, un consumo elettrico che i comitati paragonano a quello della città di Bologna.
Sotto la superficie, a un metro e mezzo di profondità, c'è la falda che irriga le risaie del parco; il progetto prevede l'installazione di generatori diesel di emergenza con scorte da quattro milioni di litri di gasolio, volumi per cui l'Istituto Superiore di Sanità ha chiesto di applicare la direttiva Seveso, quella degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante.
Il 30 luglio, alla Fornace di Rho, si è tenuta la prima assemblea regionale contro i data center, che ha chiesto una moratoria sulle nuove autorizzazioni, sul modello di New York, dove il 14 luglio la governatrice Kathy Hochul ha sospeso per un anno i permessi ambientali degli impianti sopra i 50 megawatt. Altri comitati si stanno formando nel Pavese, a Opera, a Certosa e a Settimo Milanese; a Torino il quartiere Lucento si mobilita, con un comitato dedicato, contro il data center previsto nell'ex Bonafous, un'area dismessa alle spalle del parco della Pellerina dove prima era previsto uno studentato.
Il Governo italiano, intanto, spinge dall'altra parte. Un decreto di febbraio ha designato i data center come infrastrutture strategiche e ha istituito una procedura autorizzativa unica che deve chiudersi in dieci mesi; il 4 agosto, il Consiglio dei ministri ha approvato un impianto da un miliardo e mezzo in un'ex miniera di carbone a Gonnesa, in Sardegna; nei prossimi tre anni sono attesi 25 miliardi di investimenti e 83 nuovi progetti. Tre quarti della capacità saranno costruiti intorno a Milano. A Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, sono arrivate richieste di connessione per 83 gigawatt, l'equivalente della potenza di ottanta grandi reattori nucleari.
I comitati chiedono tre cose: una moratoria sulle nuove autorizzazioni, delle analisi indipendenti sugli impatti ambientali e sanitari, e una valutazione cumulativa — non sul singolo progetto, ma un'analisi su ciò che succede quando in una stessa area ne arrivano venti.
Temo che l'apertura dei data center sia, purtroppo o per fortuna, inevitabile; credo anche che i comitati stiano guardando verso il punto giusto: la proprietà di queste infrastrutture, e le responsabilità di chi le possiede. Provo a spiegarmi partendo dalla merce.
I data center in costruzione oggi producono soprattutto una cosa: cognizione in vendita, contata in token e prezzata a listino. Il meccanismo che genera la domanda è il più vecchio del Capitale. Chi compra unità cognitive lo fa per generare più ricavi a parità di costi; chi le vende taglia i costi di produzione per allargare il margine; i profitti attesi finanziano nuova capacità di calcolo, che produce altra cognizione da vendere. A ogni giro il volume cresce, e con lui il fabbisogno di fabbriche. Le fabbriche sono i data center.
Il giro può anche rompersi: per ora la cognizione si vende sotto costo — i grandi laboratori perdono miliardi ogni anno — e le fabbriche si costruiscono con capitale che scommette, non con profitti. È il motivo per cui la stessa Terna stima che degli 83 gigawatt in coda ne verranno realizzati due o tre.
Com'è andata la prima volta che le fabbriche sono comparse nel paesaggio lo racconta Blood in the Machine di Brian Merchant, un saggio sulla rivolta dei luddisti. Nel 1811, nelle contee tessili dell'Inghilterra, i telai da maglieria e le macchine per la rifinitura del panno permettevano a due operai non specializzati di produrre in un giorno quello che un artigiano qualificato finiva in una settimana. Le tutele esistevano, ma vennero smontate proprio in quegli anni: il Parlamento abrogò le protezioni corporative del settore, respinse le petizioni dei tessitori per un salario minimo e tenne fuori legge i sindacati.
La risposta furono le mazze: un migliaio di macchine distrutte in meno di un anno. Il governo reagì con una legge che rendeva la distruzione di un telaio reato capitale; Lord Byron, a ventiquattro anni, esordì alla Camera dei Lord difendendo i luddisti. Una vita umana, disse ai colleghi, valeva per quella legge meno di un telaio da calze. Il 16 gennaio 1813 a York quattordici furono impiccati in un giorno solo.
I luddisti non ce l'avevano con le macchine: nelle loro lettere giurano di distruggere "all machinery hurtful to Commonality", ogni macchinario dannoso per la comunità. Dentro quella formula c'è la mia tesi. Lo sviluppo del tessuto industriale e produttivo è auspicabile, può portare beneficio a tutti; la questione è come si tutela la distribuzione equa del valore che genera. Un data center è un'infrastruttura produttiva privata e il valore che produce va a chi la possiede — le piattaforme e i fondi che la finanziano. Sul territorio, invece, restano le conseguenze: il suolo agricolo, l'acqua della falda, il carico sulla rete che finisce in bolletta, il calore. Chi abita accanto all'impianto è esattamente chi, di quel valore, non vede granché. E c'è una differenza con l'Ottocento che pesa: la fabbrica assorbiva masse di operai, il data center no — un campus sopra i cento megawatt, smontato il cantiere, dà lavoro a venti-trenta persone.
C'è poi un livello che ai luddisti era risparmiato, e riguarda la materia prima. Le filande la lana la pagavano, balla per balla, a chi allevava le pecore. I modelli linguistici invece imparano da ciò che l'umanità ha scritto e pensato, e l'estrazione di questo valore non viene riconosciuta a nessuno, perché non è di nessuno: l'abbiamo prodotto tutti. La vicenda dell'acquisto da parte di Anthropic di una vagonata di libri dà la misura dell'appetito di queste aziende: per addestrare i suoi modelli ha comprato milioni di libri usati, li ha tagliati dal dorso, scansionati e mandati al macero; milioni di altri li aveva scaricati dalle biblioteche pirata, e per quelli un tribunale americano le ha fatto pagare un miliardo e mezzo di dollari di risarcimento agli autori.
Il tribunale ha potuto far pagare i libri perché i libri hanno autori ed editori: qualcuno a cui intestare l'assegno. Lo scibile umano, invece, non ha un proprietario che possa presentarsi in giudizio, e così un bene che apparteneva a tutti è diventato materia prima privata senza che nessuna legge se ne accorgesse. Non credo che questo processo sia reversibile; si può pretendere il conto, però: la condivisione dei guadagni e la responsabilità dei danni, e una direzione della ricerca aperta al pubblico che quei dati li ha generati.
Per iniziare, serve risalire la filiera. Per adeguarsi all'articolo 50 dell'AI Act — la norma europea che obbliga a dichiarare i contenuti sintetici — Anthropic incorporerà filigrane invisibili nel testo generato da Claude e metadati firmati nelle immagini, in tutto il mondo, dai modelli lanciati dopo il 2 agosto. Per ora è un timbro muto: segnala che un contenuto "potrebbe" essere passato da Claude, non dice come né quanto, e non sopravvive a una riscrittura pesante. Le domande interessanti cominciano dopo: cosa succede quando un testo filigranato da Claude viene riscritto da un modello di OpenAI, e poi da uno open source su una macchina locale? Usate bene, le filigrane sarebbero il mezzo di contrasto degli esami medici: il liquido che rende visibile dove il capitale cognitivo fluisce dentro e fuori dalle macchine, e quindi dentro e fuori dalle fabbriche che lo lavorano.
L'Europa che obbliga la filigrana sui contenuti è però la stessa che, su pressione di Microsoft e della lobby DigitalEurope, tiene segreti i dati ambientali dei singoli data center: i consumi di energia e acqua vengono comunicati all'Unione Europea, ma sono coperti da una clausola di riservatezza.
Serve, dunque, resistere. Soprattutto perché funziona: nei Paesi Bassi l'opposizione locale ha fatto cancellare a Meta un campus già approvato a Zeewolde; l'Irlanda ha congelato per quattro anni i nuovi allacci alla rete nell'area di Dublino, dove i data center assorbono un quinto dell'elettricità del paese. Ma i progetti respinti si spostano, non spariscono, e finché la domanda di cognizione cresce, la mano invisibile troverà sempre un posto dove costruirli.
Quello a cui si può ambire adesso è strappare la discussione al controllo privato: non serve socializzare i ricavi di Anthropic dall'oggi al domani, ma serve progettare un piano regolatore che renda pubblici, prima delle autorizzazioni, gli impatti di ogni impianto. E lo strumento per arrivarci è un vocabolario condiviso, che in gran parte esiste già. Il campo di ricerca c'è e si chiama critical data center studies; il nome gliel'hanno dato Dustin Edwards, Zane Griffin Talley Cooper e Mél Hogan in un articolo del 2025. Il metodo consiste nello scomporre l'impianto per elementi: terre, acqua, lavoro, energia, calore. Steven Gonzalez Monserrate ha passato anni a fare etnografia dentro le server farm e ha intitolato il suo studio "The Cloud Is Material": il cloud è materiale, scalda e occupa suolo come qualunque fabbrica. Da quella letteratura arriva anche il riscontro sul punto che qui interessa di più. Le promesse dell'industria su mercati locali e occupazione quasi mai si realizzano oltre i pochi posti di basso livello dentro l'impianto, mentre le esenzioni fiscali arrivano comunque. Sull'Italia, però, non c'è ancora niente: quei lavori guardano lo Utah, l'Arizona, l'Islanda, la Svezia. Il caso studio che verrà citato fra cinque anni lo stanno producendo adesso i comitati di Lacchiarella e di Lucento.
Perché quel caso studio racconti un progresso rispetto allo stato attuale delle cose, ci sono degli strumenti pratici: Good Jobs First, un centro studi che sorveglia i sussidi pubblici alle imprese, ha pubblicato una guida dal titolo "cosa chiedere quando un data center vuole arrivare in città"; più di cento organizzazioni hanno firmato "Within Bounds", quindici richieste per tenere l'infrastruttura dentro i limiti del pianeta. Messe insieme alle domande dei comitati italiani, suonano così:
- Quanti megawatt, e da dove arriverà l'energia? Chi paga il potenziamento della rete: l'azienda o le bollette?
- Quanta acqua serve al raffreddamento nel giorno peggiore dell'anno, non in media, e da dove esce?
- Quanto suolo consuma, e cosa ci cresceva prima?
- Cosa stoccano i generatori di emergenza, e in che quantità?
- Gli impatti si sommano a quelli degli impianti già autorizzati intorno? Chi valuta il cumulo?
- Quante persone ci lavoreranno a cantiere smontato, e quante assunte sul territorio?
- Chi c'è dietro la società di progetto, e con quali capitali?
- Il comune ha firmato accordi di riservatezza? E come viene compensato il territorio da chi incassa gli utili?
Le ultime tre le aggiungo io:
- Se la materia prima l'abbiamo prodotta tutti, perché il conto lo incassa uno solo?
- Quanto del valore che esce dalla fabbrica resta a chi vive intorno alla fabbrica?
- Chi decide quando un macchinario è dannoso per la comunità?
Questo articolo è AIL 3. L'AI Influence Level è una scala da 0 a 5 che dichiara quanta intelligenza artificiale c'è dentro un contenuto. Il 3 corrisponde a una IA che scrive dentro una struttura interamente umana.
In pratica: questo pezzo è nato come un vocale di ventisette minuti — la tesi, la struttura, gli esempi, le tre domande finali. Arturo, l'algoritmo che scrive con me dal 2024, ha trascritto, verificato i fatti e steso il testo; io ho tagliato e riscritto a colpi di commenti. L'idea e la struttura sono mie, l'esecuzione è sua.
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