A cosa serve una redazione
Una redazione permette alle persone di diventare e rimanere amiche o nemiche, anche quando le stesse persone si scordano come si diventa e si rimane amici o nemici.
In memoria di Carola Frediani. Una redazione permette alle persone di diventare e rimanere amiche o nemiche, anche quando le stesse persone si scordano come si diventa e si rimane amici o nemici.
Sono entrato per la prima volta in una redazione a 11 anni. Eravamo un gruppo di persone minorenni che si erano conosciute su Internet giocando a un gioco di ruolo testuale. Il gioco si chiamava Zeldopoli, era ambientato nel mondo di The Legend of Zelda. Quel gruppo di persone lo gestiva insieme a me. Ci giocava, prima di tutto, poi ne seguiva le meccaniche, ne inventava di nuove, mediava le discussioni. Discutevamo per capire cosa farcene di quel mondo.
La prima azione svolta da quella redazione cambiò completamente la mia vita: i miei compagni di viaggio mi intimarono di imparare a scrivere in italiano, perché senza una corretta ortografia non avrebbero potuto prendermi sul serio. Si chiamavano Seibit, Egeyo, Sun, Pkmns, Henribix, Ronka, Rabba, Issun, Filippo, Lorenzo. Ce n'erano molti altri, ma ora non li ricordo. La prima volta che incontrai alcuni di loro dal vivo ero a Napoli, stavamo andando alla veglia funebre della madre di un ragazzo del gruppo, mancata improvvisamente nella notte.
La seconda redazione fu figlia della prima. Era quella di un magazine online dedicato ai videogiochi. Eravamo tantissimi e ci prendevamo enormemente sul serio. Pubblicavamo articoli a ritmi che, quando anni dopo iniziai a lavorare per davvero in una redazione, mi sembrarono impensabili.
Parlavamo di videogiochi a qualunque ora del giorno e della notte. Litigavamo come ubriaconi se la pensavamo in maniera diversa. Ci indurivamo contro le redazioni rivali, spartendoci le stesse poche migliaia di lettori. Imploravamo sviluppatori sparsi per tutto il globo di concederci una copia gratuita del loro videogioco, in cambio di una sontuosa recensione, plausibilmente positiva. Scrivere e discutere era una forma di allenamento quotidiano che ci rendeva pronti non appena l'opportunità giusta giungeva.
Non ci riconoscevamo negli articoli o nei commenti agli stessi, ma nella homepage del magazine che si aggiornava più volte al giorno: in quella liturgia si consumava un atto di presenza che ci univa e ci manteneva vivi. Ci rendeva protagonisti attivi di un discorso, il nostro, anziché subirlo. Ci dava scopo e prospettiva grazie a una forma di disciplina collettiva che permetteva ai singoli membri della redazione di non essere costanti nel loro impegno, senza mettere a repentaglio la sopravvivenza dell'organismo che contribuivano a formare.
Alla fine della prima ora di una giornata del mio terzo anno di scuole superiori, uscii prima con un permesso firmato per salire in macchina con mio padre: mi avrebbe accompagnato, da Torino, fino all'hotel Excelsior di Rapallo. Quell'anno avevano invitato la nostra redazione a organizzare una piccola parte di una conferenza a tema videogiochi. Molti li incontrai lì, dal vivo, per la prima volta: Fabio, Ennio, Aurelio, Marco, Carmelo, Federico, Davide, Dario, ancora Davide, Stefano, Giuseppe, Massimiliano, Francesco. A quella conferenza a Rapallo non venne nessuno, ma ero lì con la mia redazione.

La terza redazione, quella che paga
La mia terza redazione fu la prima a pagarmi da vivere. Avevo 19 anni appena compiuti e mi trasferii a Milano per uno stage in una rivista che durante il colloquio avevo finto di conoscere, prima l'avevo soltanto vista abbandonata sugli scaffali di negozi che, a Torino, non frequentavo granché. Con me, in quella redazione, c'erano altre persone: Andrea, Antonella, Giulia, Federico, Saria, Luca. Scrivere per quella rivista diventò la mia unica ragione di vita: erano gli anni, pieni di ingenuità, in cui riscoprivo la redazione di The Newsroom, di Aaron Sorkin, una volta all'anno per ricordarmi ciò che desideravo.
Il mosaico di articoli, titoli e immagini che ogni giorno componeva la homepage di quella rivista era uno specchio a doppia percorrenza della mia identità. Ne ero profondamente geloso. Quando quella rivista ottenne una briciola di rilevanza e mi ritrovai a decidere chi vi poteva scrivere e chi no, quelle vesti da portinaio mi gratificavano come nulla prima d'allora. Insieme al resto della redazione decidevamo cosa raccontare, cosa no, in che modo. Portavamo alla luce l'impensabile, ci intendevamo citando i nomi degli autori e delle autrici delle redazioni estere, eravamo diventati dipendenti dai grafici che ci dicevano quali articoli erano più letti.
Li guardavamo giorno e notte, per ricordarci che quella nostra euforia finiva per sgattaiolare fuori dal tavolo attorno a cui sedevamo ogni giorno. Eravamo fianco a fianco ma non ci parlavamo mai a voce: ci scrivevamo, prima su Skype, poi su Slack.
Ognuno di questi gruppi di persone ha, in modo diverso nel corso del tempo, contribuito a dare senso alla mia vita e ai modi in cui spendo il mio tempo. Mi ha permesso di fare fronte alle mie variopinte forme di ansia sociale, spostando il focus delle mie relazioni sugli interessi che tenevano uniti questi gruppi. Da mesi sto mettendo fuoco ciò di cui sento la mancanza, rimettendo in discussione la natura e il senso dei rapporti di cui vivo, come ogni buona crisi di mezza età prevede.
Carola Frediani e lo spazio negativo
Questa mattina ho ricevuto la notizia della morte di una persona che apparteneva, in qualche modo, a questa cosa che io chiamo redazione: Carola Frediani mi ha dato, negli anni, qualcuno a cui guardare con ammirazione e desiderio; mi ha fatto scrivere con impagabile pazienza per i miei ritardi; mi ha fatto curare edizioni di libri prodotti dalla sua redazione in momenti in cui non ricordavo più come si facesse parte di una redazione. Ora che ho scoperto questa assenza, lo spazio negativo che lascia brucia di un desiderio che già sentivo ma a cui non sapevo dare un nome.
Una redazione serve a mediare i rapporti tra i membri che la compongono attraverso il lavoro su interessi comuni. Una redazione permette ai suoi membri di esercitare presenza reciproca eludendo le difficoltà personali di ciascuno e rendendo la sostanza del lavoro collettivo fondamenta dei rapporti.
Una redazione garantisce la sopravvivenza dei rapporti, mettendo in scena uno spazio di familiarità da cui è possibile entrare e uscire a piacimento in cambio della spontanea volontà di collaborare. Una redazione accoglie la produzione di singoli rendendola rappresentativa del tutto, chiedendo a ogni parte di collaborare in modi più o meno apparenti per la buona riuscita di ciascun prodotto.
Una redazione dà forma e indirizzo al confronto, rendendolo strumento di lavoro e non di autocompiacimento. Una redazione permette alle persone di diventare e rimanere amiche o nemiche, anche quando le stesse persone si scordano come si diventa e si rimane amici o nemici.
Carola Frediani ha costruito tantissime redazioni. Faceva anche parte della mia, in qualche modo. Ora, però, non più.
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